Giornalisti, djing e (this)informazione… L’obitorio della cultura contemporanea è affollato.
Tra le salme più illustri, due spiccano per il degrado della loro agonia: il giornalista e il dj. Un tempo pilastri di approfondimento e avanguardia, oggi brancolano in una sopravvivenza grottesca, schiacciati dalla tirannia del contenuto istantaneo e dell’intrattenimento usa-e-getta.
I giornalisti, sempre più numerosi, fuggono nelle segrete degli uffici stampa pur di pagare il mutuo, seppellendo deontologia e spirito critico sotto montagne di comunicati prefabbricati. Una metamorfosi patetica: da cani da guardia a cagnolini da salotto, nutriti con gli avanzi del potere che un tempo sorvegliavano.
Il giornalismo digitale ha completato l’opera distruttiva iniziata dalla crisi economica dell’editoria tradizionale. La logica del click ha sostituito quella dell’inchiesta, mentre la produzione compulsiva di contenuti per alimentare siti web affamati di traffico ha ucciso i tempi lunghi necessari all’investigazione seria. Ogni articolo deve giustificarsi attraverso metriche di engagement, trasformando i giornalisti in content creator mascherati che privilegiano la reazione immediata all’analisi approfondita.
I dj non sono messi meglio. Ridotti a macchine da intrattenimento compulsivo, scavano ossessivamente nel cimitero dei successi passati, riverniciando classici o riciclando formule stantie. La creatività è stata sostituita dalla buffoneria: torte in faccia, maschere da Temu, figli trascinati sugli stage, performance studiate per un pubblico omologato e ipnotizzato dal culto dell’experience.
I grandi festival si sono trasformati in parchi tematici dell’ovvio, dove la musica è solo rumore di fondo per selfie abbaglianti. Un circo mediatico che premia l’effimero mentre l’arte della selezione musicale muore soffocata dai like.
A completare il quadro, un fenomeno tragicomico: l’autotrasferimento di giornalisti naufraghi verso l’elettronica, magari dal rock o dalla cronaca sportiva. Ex redattori si ergono a guru della techno, privi di competenze ma gonfi di supponenza. Senza radici nel genere, contribuiscono a svuotarlo d’identità, riducendo la scena a un gigantesco press tour.
Intanto, la nuova generazione scavalca entrambe le categorie: incapace di scrivere due righe coerenti, ma abile nel montare video frenetici. Storytelling ridotto a un epilettico carosello di immagini senza contesto, dove il deep fake culturale diventa norma.
Il risultato è un deserto tossico. Giornalisti-fantasma confezionano notizie come operai al ribasso, mentre dj-marionette danzano per algoritmi affamati di engagement. Entrambi annaspano nello stesso pantano: la schiavitù della produzione quotidiana che uccide la profondità.
Questa dittatura dell’algoritmo ha trasformato sia il giornalista che il dj in schiavi di una logica industriale che richiede output costante e immediato. Questa accelerazione forsennata annienta la riflessione, quella sedimentazione culturale necessaria per creare valore autentico e duraturo.
Il panorama del giornalismo musicale contemporaneo si presenta come un guscio svuotato, sostenuto unicamente da disperazione algoritmica e budget di pubbliche relazioni. Entrare negli uffici di una pubblicazione dance oggi significa assistere al miracolo moderno della content farm: scrittori chini su laptop a sfornare liste con la precisione meccanica di operai di catena di montaggio.
Il calendario editoriale non è più guidato da momenti culturali, ma da parole chiave SEO e trend social identificati da algoritmi. Il tipico ciclo di una “notizia” nell’ecosistema dance: un’agenzia PR invia un comunicato, nel giro di ore decine di siti pubblicano articoli quasi identici, ciascuno disperatamente ansioso di essere primo senza offrire nulla di nuovo.
La relazione con le agenzie di pubbliche relazioni si è evoluta in qualcosa di parassitario, con l’indipendenza editoriale consumata da imperativi di marketing. Molte pubblicazioni operano su un sistema pay-to-play, dove la copertura è legata alla spesa pubblicitaria. I comunicati stampa non sono più fonti di informazioni, ma template per articoli.
Una delle vittime più significative è il contesto. Nella fretta di pubblicare primi, abbiamo perso la capacità di situare la nuova musica in una cornice culturale e storica più ampia. Un brano non è solo una collezione di bpm; è parte di un continuum che si estende dal paesaggio post-industriale di Detroit all’euforia post-riunificazione di Berlino.
Le recensioni oggi sembrano schede tecniche piuttosto che critica. Questa decontestualizzazione danneggia il modo in cui discutiamo appropriazione culturale, equità razziale e analisi delle scene underground. I giovani fan ricevono la musica senza il significato, le tracce senza il contesto che le rende significative.
L’ascesa dei dj influencer ha creato un ecosistema parallelo che spesso ha più peso del giornalismo tradizionale. Quando i dj diventano brand prima che testate, le funzioni tradizionali del giornalismo vanno perdute. Il modello influencer ha spostato il focus dalla musica alle personalità: otteniamo più contenuti su cosa mangiano i dj a colazione che sul significato culturale del loro mindset artistico.
Dietro tutti questi problemi c’è una realtà fondamentale: i modelli di business del giornalismo tradizionale sono collassati. Le entrate pubblicitarie sono precipitate mentre le piattaforme tech catturavano la maggior parte della spesa digitale. Questa pressione ha forzato le testate a privilegiare quantità su qualità, pagando miserie agli scrittori per articoli veloci e superficiali.
Nonostante questa diagnosi, la situazione non è senza speranza. Il futuro risiede nel fornire qualcosa che i social non possono: expertise genuina, contesto culturale e community building attorno a valori condivisi. Servono giornalismo lento e di qualità, diversificazione dei ricavi attraverso membership ed eventi, investimenti in voci emergenti.
La soluzione non è ritirarsi nella nostalgia, ma costruire qualcosa di nuovo che combini il meglio del giornalismo tradizionale con la connettività delle piattaforme digitali. La musica dance è sempre stata basata sulla comunità e la resistenza. Il giornalismo che la copre dovrebbe incarnare quegli stessi valori.
Senza un ritorno all’etica e al coraggio del pensiero critico, resteranno zombie in cerca di un palcoscenico, complici di un sistema che celebra la morte del significato. Unica via d’uscita: una rivolta contro la tirannia del vuoto. Ma nessuno avrà il fegato di iniziarla.
Riccardo Sada x Sada Says x AD!