Parto da questo comparto, la dance… Sada Says

Parto da questo comparto, la dance… ma per arrivare dove?

Il settore dell’intrattenimento e della cultura, nel quale opero da decenni, mi appare sempre più come un microcosmo lacerato, uno specchio fedele e distorto della società contemporanea.

È un universo dove coesistono, in una strana simbiosi, una classe agiata dal punto di vista visibile e mediatico e una povertà diffusa, non tanto economica quanto di animo e di spirito.

Questa dicotomia è il vero grande male, il cancro che ne impedisce una crescita sana. Ricordo vividamente il mio ingresso in questo mondo, nel 1996, provenendo da un altro comparto, quello del giornalismo sportivo.

La prima cosa che colpì la mia attenzione, e che da meraviglia si trasformò presto in preoccupazione viscerale, fu un paradosso lampante: mi trovavo in un ambito, quello artistico, che per definizione dovrebbe vibrare di possibilità infinite, di orizzonti sconfinati, eppure riscontravo una carenza di spessore intellettuale e di curiosità culturale che mi faceva rimpiangere, incredibilmente, la sala stampa di uno stadio. Non venivo da un convegno di Limes, eppure percepivo un vuoto.

Dove? Nel comparto dance della discografia. Oggi, a distanza di anni, la situazione non solo non è migliorata, ma è precipitata in uno stato di totale disordine mentale e organizzativo.

È forse questa la ragione profonda per cui le nuove leve, i talenti freschi e potenzialmente rivoluzionari, si sentono sempre più distanti e disillusi dal sistema, percependo la sua inconsistenza e la sua ipocrisia. Il dibattito within il settore sembra essersi atrofizzato, ridotto a un chiacchiericcio da bar che si accende solo quando la cronaca impone un tema: una pandemia che blocca i live, un rave party smantellato, una polemica da social network.

Manca un pensiero lungo, una visione, una progettualità che vada oltre il singolo evento o la logica del like. In questo deserto, la bassezza impera, si fa regina incontrastata.

E dove trionfa la bassezza, non si cresce più. Io per primo, in questo clima, fatico ad apprendere, a trovare stimoli autentici che non siano il riflesso condizionato del gossip o della ricerca della viralità a tutti i costi. L’evoluzione personale e collettiva si arresta, sostituita da un presente perpetuo e stagnante. È vero, potrei obiettare a me stesso, questa non è una prerogativa solo del mio settore.

Tutti gli ambienti professionali sono abitati da “resistenti” attaccati al predellino, da figure che occupano poltrone per pura inerzia, difendendo il proprio piccolo orticello con un accanimento che è la negazione del progresso.

Quindi, perché scandalizzarsi se noto un’anziana gloria della discografia – per citare la mia personale, provinciale “zecca” che mi insegue da oltre vent’anni – vacillare con idee retrograde e superate in un mercato che, al contrario, viaggia a mille all’ora?

Perché indignarsi se politici o altre categorie di professionisti scaldano la sedia senza il minimo imbarazzo? Alla fine, si torna sempre a un unico, decisivo fattore: il fattore culturale. È l’humus, il terreno di coltura da cui tutto nasce. E la cultura, quella vera, fatta di curiosità, studio, confronto e profondità, non si compra con il successo né si improvvisa con una campagna marketing. La si cambia col tempo, con l’educazione, con l’esempio, con una lenta e paziente opera di semina. Meno con le preghiere o con i proclami.

Ora, purtroppo, piovono speranze come like, ovunque. Sono monete di scarto di un sistema che ci illude di partecipare mentre, in realtà, ci… spettatorizza. Nel nostro “comparto” e non solo.

È un peccato mortale, perché la vita – e anche quella lavorativa, che ne è una parte così significativa – è un’opportunità meravigliosa di espressione, di scoperta, di contributo. E pochi, tragicamente pochi, sembrano esserne veramente coscienti. Pertanto, nonostante tutto, l’unica via d’uscita è una ribellione individuale e collettiva. Dobbiamo ripartire tutti, come in una nuova ricerca del Graal, alla ricerca di una felicità operosa e non edonistica. Una felicità fatta di crescita autentica e di esplorazione intellettuale, di sviluppo delle proprie potenzialità e di evoluzione umana, di partecipazione reale e di condivisione nutriente.

Questo significa, nella pratica, selezionare con cura maniacale il meglio che è ancora in circolazione, perché di realtà interessanti, di persone stimolanti, di progetti ben fatti, in giro, ce ne sono ancora.

Sono gemme preziose da cercare con tenacia. Significa stare lontani, con deliberata intenzione, dai pensieri vetusti e dalle logiche corrotte. Significa evitare i conformisti del sorriso stampato e della pugnalata alle spalle, figure tossiche che infestano ogni ambiente. Centellinate, con avarizia, le pessime frequentazioni, perché l’ambiente ci condiziona più di quanto crediamo. L’imperativo, allora, è solo uno: elevatevi. Oltre il rumore, oltre la mediocrità, oltre la facile approvazione. Esistiamo, non semplicemente siamo presenti. Diamo un senso alla nostra presenza, rendendola un atto di creazione e di resistenza quotidiana.

(Riccardo Sada)