La discografia sta divorando la musica con una voracità che non lascia scampo e il fatto che continuiamo a confondere le due cose è precisamente il sintomo di questa cannibalizzazione.
Quando parliamo di musica pensiamo ancora ai numeri di streaming, alle classifiche, ai contratti discografici, come se questi elementi fossero intrinsecamente legati all’atto creativo stesso, quando in realtà rappresentano solo l’imballaggio, il magazzino, il mercato. Le major non fanno questo per missione. La musica esisteva migliaia di anni prima che qualcuno pensasse di trasformarla in prodotto vendibile, eppure oggi la subordinazione è talmente completa che molti non riescono nemmeno a immaginare musica senza etichetta, senza distribuzione, senza il sigillo di approvazione dell’industria. È come se avessimo dimenticato che la creatività nasce nel silenzio, nella solitudine, nell’esplosione imprevedibile di un’idea che non risponde a logiche di mercato, mentre la discografia vive di pianificazioni, di target demografici, di algoritmi predittivi che trasformano l’arte in commodity.
Il problema si è aggravato in modo esponenziale con l’avvento dei social media, che hanno compiuto un’operazione ancora più subdola e devastante.
Oggi non compriamo più musica, compriamo il testimonial. Il volto, il corpo, la personalità costruita a tavolino dell’artista sono diventati più importanti della musica stessa. La roxkstar? Il disc jockey con la maschera, quello che tira le torte, quella con le tette rifatte, quello che è da anni nel settore e sta esaurendo tutte le cose da raccontare, quello che ci prova ma non fa, quello che contesta tutti e ha sempre una giustificazione. Le piattaforme social hanno trasformato i musicisti in influencer, obbligandoli nella pena accompagnandoli in un tunnel infinito e buio, a produrre contenuti costanti, a mostrarsi, a raccontarsi, a tiktokettarsi, a costruire una narrazione personale che spesso ha poco o nulla a che fare con la qualità della propria produzione artistica.
Un brano viene ascoltato non perché suona bene, non perché comunica qualcosa di profondo o necessario ma perché il suo creatore ha un milione di follower, perché ha fatto una collaborazione con un brand famoso, perché è fotogenico, perché ha saputo costruire un personaggio appetibile per il pubblico. La musica diventa il sottoprodotto di un’operazione di marketing identitario, dove il testimonial conta più del testimoniato.
Perché la discografia sta divorando la musica. E viceversa.
E questo testimonial, molto spesso, non è credibile. Non ha vissuto quello che canta, non ha sofferto, non ha cercato, non ha trovato. È semplicemente bravo a vendere un’immagine di sé che il pubblico trova consumabile. Questa dinamica ha creato una distopia musicale perfetta, camuffata da democrazia. Ci dicono che oggi chiunque può fare musica, che le barriere all’ingresso sono crollate, che non servono più studi costosi e contratti milionari per pubblicare la propria arte. Ed è vero, tecnicamente nella sua accelerazione e nella sua costante ricerca di perfezione, che ha un non so che inquietante, chiunque può caricare un brano su Spotify, su YouTube, su Soundcloud o su Distrokid. Ma poi? Questa apparente democratizzazione è in realtà la più raffinata delle trappole. Perché quando tutti possono fare e pubblicare, significa che nessuno viene ascoltato.
L’infodemia musicale ha saturato ogni spazio disponibile. Ogni giorno vengono caricati centomila e più brani nuovi sulle piattaforme di streaming. Non sono noccioline. Come può un ascoltatore, con le sue ventiquattro ore quotidiane, orientarsi in questo diluvio? Non può. E quindi si affida agli algoritmi, alle playlist editoriali, alle raccomandazioni automatiche che rispondono a logiche di engagement e permanenza sulla piattaforma, non di qualità artistica. E non esce più dal vortice. Il risultato è che l’oceano infinito di musica disponibile non aumenta le possibilità dei musicisti di emergere, le azzera. Perché l’attenzione è una risorsa limitata, e, quando l’offerta supera di milioni di volte la domanda, l’unico modo per essere notati è giocare secondo le regole del sistema, ovvero diventare prodotto, confezionare se stessi, investire in promozione, trasformarsi in brand.
La questione dell’intelligenza artificiale aggiunge un ulteriore strato di complessità a questo scenario già collassato.
Adesso non sono solo gli esseri umani a produrre musica a ritmi insostenibili, ma anche le macchine possono generare brani in pochi secondi, brani che suonano plausibili, che rispettano le convenzioni di genere, che potrebbero tranquillamente passare inosservati in mezzo al mare di produzioni umane. E questo solleva una domanda fondamentale che nessuno sembra voler affrontare con serietà: quanta di questa musica viene creata dal cuore, dall’autenticità, dalla passione, dall’errore o dal caso? Quanta nasce da una necessità espressiva autentica, da un’urgenza comunicativa, da un bisogno di dire qualcosa che non può essere detto altrimenti?
Paradossalmente, la trap è nata dal disagio ma in fondo anche quella non è che è una accelerazione di un genere, perché stiamo parlando di basi strumentali o beat scarni su cui viene adagiata una melodia e un messaggio forzatamente e furbamente perfezionati da software come l’autotune. Merda ben confezionata, insomma. Nata tra l’altro da radici povere e questa è probabilmente una buona cosa.
E quanta altra musica invece viene prodotta semplicemente perché è possibile farlo, perché fa parte di una strategia di contenuti, perché serve a mantenere vivo il profilo, perché deve accompagnare un’experience commerciale, un evento, un lancio di prodotto? La musica è diventata ambientazione, colonna sonora di operazioni più grandi dove il suono è solo uno dei sensi da stimolare insieme alla vista, all’olfatto, al tatto. Non è più fine a se stessa, non è più l’esperienza centrale, è accessorio.
Perché la discografia sta divorando la musica. E viceversa, come dicevamo.
L’industria discografica ha sempre avuto un rapporto ambivalente con la musica. Da una parte ne ha permesso la diffusione su larga scala, ha creato infrastrutture per far arrivare i brani nelle case di milioni di persone, ha finanziato progetti ambiziosi che forse non avrebbero mai visto la luce senza supporto economico. Dall’altra ha sempre cercato di controllare, limitare, orientare la produzione musicale secondo logiche di profitto che nulla hanno a che fare con l’arte. Ma fino a qualche decennio fa esisteva ancora un equilibrio precario.
C’erano ancora spazi per la sperimentazione, per i progetti non immediatamente commerciali, per gli artisti che avevano bisogno di tempo per maturare. Oggi quell’equilibrio è definitivamente spezzato.
La discografia, o meglio quello che ne rimane dopo la rivoluzione digitale, si è fusa con le piattaforme tecnologiche in un’entità ibrida che non ha più nemmeno la pretesa di servire la musica. Serve gli azionisti, serve le metriche di crescita, serve l’estrazione di valore da ogni secondo di attenzione dell’utente. E la musica è semplicemente il contenuto che riempie quella macchina estrattiva.
Il paradosso tragico è che mentre l’industria musicale diventa sempre più potente, sempre più pervasiva, sempre più capace di influenzare gusti e tendenze, la musica stessa diventa sempre più fragile, sempre più omologata, sempre più svuotata di significato.
Perché quando il testimonial conta più del contenuto, quando il packaging vale più del prodotto, quando i numeri di streaming sono l’unico parametro di successo, allora l’incentivo è a produrre musica che funzioni secondo quei parametri. Musica che catturi l’attenzione nei primi tre secondi perché altrimenti l’algoritmo la penalizza. Certo, musica che duri il tempo giusto perché troppo lunga annoia e troppo corta non genera abbastanza stream. E ancora: musica che rientri in generi definiti e riconoscibili perché gli algoritmi di raccomandazione funzionano per categorie. E poi, musica che non spaventi, che non disturbi, che non richieda troppa attenzione perché deve accompagnare altre attività, deve fare da sottofondo.
La serendipità, quell’elemento di scoperta casuale e sorprendente che ha sempre caratterizzato l’incontro con la musica davvero significativa, è stata completamente eliminata.
Non c’è più spazio per l’imprevisto quando tutto è curato da algoritmi che ci conoscono meglio di quanto noi conosciamo noi stessi e ci propongono sempre variazioni sul tema di quello che già ci piace.
La discografia sta lentamente uccidendo la musica, ma lo sta facendo in un modo così efficiente e invisibile che la maggior parte delle persone non se ne accorge nemmeno. Perché non manca la musica, anzi ce n’è in sovrabbondanza. Quello che manca è il tempo e lo spazio mentale per incontrarla veramente, per lasciarsi attraversare da essa, per costruire con essa un rapporto che vada oltre il consumo distratto. Certo, manca è la possibilità di distinguere ciò che viene dal cuore da ciò che viene dalla strategia di marketing. E manca è il silenzio necessario perché la musica possa risuonare. E in questo rumore assordante di milioni di brani che si accumulano ogni giorno, la musica vera, quella necessaria, quella che ha qualcosa da dire, rischia di soffocare prima ancora di essere ascoltata.
Riccardo Sada x Sada Says x AD!