Musica che non è neanche musica, è un minestrone a base di passato. Tra Sanremo, radio, tv, revival, trend e “hit”… Ecco cosa dobbiamo sorbirci tra pop e dance in Italia oggi.
Siamo sempre lì, ancora agli incontri ai bar vicini a Corso Sempione. La discografia è ferma agli anni Ottanta (siamo generosi), ancorata a dogmi giurassici, soprattutto quella italiana. Ma anche quella straniera non scherza. Fossimo al medioevo non sarebbe male: il menestrello andava forte. Tuttavia, la discografia è ai tempi del Paleolitico superiore: siamo ancora ai tamburi. Stanne lontano perché lei ammalia, è come un richiamo, un pifferaio magico e retró con i suoi topini. Stanne alla larga. A meno che tu sia intenzionato ad amare cartonati stile contentino all’artista (…) che vende di più, compravendite da cestone all’Autogrill, firmacopie, grafiche proto trash, preannunciate hit latine estive. Si potrebbe fare tanto. Ma chi rischia al giorno d’oggi?
Vuoi sapere cosa non va a livello generazionale? Che mentre i genitori sono alle prese con mutui e tradimenti, delusioni e aspettative, i loro figli sulle panchine di parchi spelacchiati sono impegnati a taggare, condividere, generare flussi come piccoli ultrà, accaniti su artisti usa e getta di cui non sanno (fortunatamente) un beato cazzo: spammano con musically, sperano con Amuse, consumano il wifi al McDonald’s per streammare Spotify e derivati. Ecco perché vincono con la loro spazzatura.
Capirebbero un Lucio Battisti se i loro genitori non vanno oltre un Rovazzi? Non si sa. Si sa che di Lucio Battisti non ne nasceranno più. Senza contare i vecchi tromboni che parlano solo di passato. Solo che se elimini quelli, rimane ben poco. Siamo nell’era dell’assurdo? Allora non ci si meravigli che la discografia stia versando in uno stato perennemente comatoso.
Dai centri commerciali il flusso dilaga in bar, ristoranti, spiagge, perfino per strada: musica a tutto volume, invadente, assordante e soprattutto brutta. Musica che non è neanche musica, che nessuno ascolta perché non è ascoltabile, ma nella quale tutti si nascondono perché non sia mai che emerga qualche secondo di silenzio a costringerci a pensare. Un rumore che serve a far tacere l’altro, ogni altro che pretenda di alzare gli occhi dallo smartphone e parlarci. L’ultima edizione del Festival della Canzone Italiana (Sanremo) intanto ce la siamo lasciata alle spalle, terminata tra gloria e fiori, tra molta trap travestita da pop e un flusso di Rovazzi, molti violini e pochi cd player. Ridateci Stefano Fontana che spiega la “discomusic moderna” alla Hunziker, riproponeteci gli Eiffel65 e Bob Rifo. Vanno benissimo anche Bob Sinclar e le feste al Morgana. Ma la trap, quella no, vi preghiamo col cuore. Grazie.
E allora ben vengano i tormentoni, purché confezionati con un briciolo di ironia e non con la presunzione di chi pensa di aver inventato la musica. Perché il problema non è la leggerezza, è la stupidità che si traveste da fenomeno sociale. È l’algoritmo che decide cos’è bello, e la massa che segue obbediente, come pecore in un gregge che pascola su un prato di plastica. Il punto è che non c’è più stratificazione. Una volta c’era il Festival, c’era il cantautore impegnato, c’era la dance spensierata e c’era persino chi suonava nei garage sperando di cambiare il mondo.
Oggi tutto è appiattito in un presente perpetuo, un eterno presente liquido che scorre veloce sullo schermo di un telefono. La canzone deve durare quanto un video, il ritornello deve arrivare subito, il testo deve essere un mantra da dieci secondi, ripetuto all’infinito. Poi, via, si passa alla prossima, senza ricordare niente di quella prima.
Ci mancherà, forse, anche questa epoca? Ci mancherà il rumore di fondo, l’assordante mancanza di silenzio? Probabilmente no. Ma intanto, mentre i nativi digitali sprecano byte e neuroni su basi inesistenti e autotune fuori fase, qualche vecchio trombone continua a consolarsi con il suo vinile. E forse, alla fine, è solo lì che resta un briciolo di verità. Non nel passato a tutti i costi, ma nella scelta consapevole di ascoltare qualcosa che abbia un’anima, un’idea, anche solo un errore umano. Perché oggi, in questa produzione asettica e preconfezionata, l’unica cosa che manca davvero è l’essere umano.
Musica che non è neanche musica…
Il brano si configura come un pamphlet sarcastico e amaro sullo stato attuale della musica e sul suo rapporto con la società e le generazioni. Lo stile è volutamente iperbolico, irriverente e colloquiale, ma cela una struttura argomentativa precisa. L’intero testo è pervaso da un tono ironico che a tratti diventa feroce. Frasi come “siamo agli incontri ai bar vicini a Corso Sempione” o “grafiche proto trash” creano un’immagine quasi ridicola della scena musicale attuale. L’accostamento della discografia a ere geologiche è una potente iperbole che serve a sottolineare l’arretratezza e la staticità del sistema. L’uso di figure come il “pifferaio magico” o “lo stato comatoso” della discografia sono efficaci per visualizzare il concetto di manipolazione e decadenza. Il testo mescola abilmente termini desueti con il lessico della modernità digitale, creando un contrasto che evidenzia il divario generazionale. Il bersaglio principale è l’industria musicale, accusata di immobilismo e di ripiegamento su formati e generi sicuri che privilegiano il profitto alla qualità artistica.
La figura del “pifferaio magico” rappresenta proprio questo sistema che seduce e omologa. Il testo dipinge un quadro netto e senza appello della frattura tra generazioni. Da un lato i genitori, impegnati in problematiche reali ma incapaci di trasmettere un’eredità culturale solida. Dall’altro i figli, ritratti come ultrà digitali, consumatori passivi e attivi di spazzatura musicale. La domanda retorica del “Capirebbero un Tenco?” suggella l’idea di un’interruzione della trasmissione culturale. La critica si allarga oltre la musica stessa.
Il rumore diventa una metafora della società contemporanea: un sottofondo costante, invadente e brutto che ha la funzione primaria di riempire il vuoto, di evitare il silenzio e, con esso, il pensiero e la comunicazione autentica. La musica non è più arte o intrattenimento, ma un tappabuchi esistenziale. Il riferimento a Sanremo non è casuale. Il Festival viene citato come l’epicentro di questa deriva, dove la trap travestita da pop trionfa e dove l’innovazione è solo un’operazione di styling. La chiusa nostalgica è volutamente provocatoria: non si chiede un ritorno alla musica alta, ma a una forma di leggerezza consapevole e ironica, contrapposta alla presunzione inconsapevole della trap. Il testo è un lamento lucido e disilluso sulla perdita di profondità e autenticità nel panorama musicale e, per estensione, nella società. Pur con un tono volutamente sopra le righe, l’autore tocca nervi scoperti: la mercificazione dell’arte, la dittatura dell’algoritmo, la paura del silenzio e la fine della trasmissione del gusto tra generazioni. La sua efficacia sta nel mix di rabbia e sarcasmo, che trasforma una critica al mondo della musica in una più ampia riflessione sul nostro tempo.