Ricky Sada Riccardo

Morte e musica, dai KLF ai Depeche Mode, passando per L. Cohen / Sada Says

Il rapporto tra morte e musica è un legame ancestrale che affonda le radici nelle più antiche pratiche rituali dell’umanità, un dialogo ininterrotto tra l’effimero e l’eterno che la tanatologia (lo studio della morte e del lutto, NDR) contemporanea continua a esplorare con rinnovato interesse. La musica, in questa prospettiva, non è semplicemente un accompagnamento funebre ma diventa essa stessa una meditazione filosofica sulla finitezza, un mezzo per elaborare il lutto e, paradossalmente, per trascendere la morte attraverso l’immortalità artistica. 

Fin dalle origini, il suono che nasce e muore nell’aria ha rappresentato la metafora perfetta della vita in divenire: ogni nota che svanisce simboleggia il perire delle cose, eppure la melodia continua a vivere nella memoria di chi l’ascolta, esattamente come i defunti continuano a esistere nel ricordo dei vivi. 

Morte e musica, un rapporto che continua

Schopenhauer vedeva nella musica l’espressione diretta della volontà di vivere, al di là del principium individuationis, mentre Nietzsche nel suo concetto di dionisiaco individuava nella musica l’arte che permette di guardare nell’abisso dell’esistenza senza soccombere, accettando la dissoluzione dell’individuo come parte di un ciclo cosmico di distruzione e rinascita.

In questa riflessione millenaria si inseriscono figure e progetti artistici che hanno portato alle estreme conseguenze il rapporto tra suono e morte. I KLF, gli iconoclasti della musica elettronica britannica, hanno trasformato questo legame in un’opera d’arte concettuale totale, bruciando un milione di sterline nel 1994 per poi trasformare le ceneri in un mattone, e successivamente dedicandosi alla costruzione di una piramide che contiene i resti cremati di defunti. Jimmy Cauty e Bill Drummond, con il loro progetto The People’s Pyramid, hanno portato la tanatologia musicale in una dimensione letterale e disturbante: ogni mattone contiene ventitré grammi di ceneri umane, sigillate e cotte per diventare parte di una struttura destinata a durare mille anni. 

Il primo mattone ha ospitato le ceneri di Simon Cauty, fratello di Jimmy, suicida nel 2016, e la cerimonia di posa a Toxteth ha assunto i contorni di un rito funebre…

Un rito laico ma profondamente spirituale, in cui la musica non è più suono ma diventa architettura della memoria, monumento sonoro silenzioso. I KLF, che avevano dominato le classifiche con hit apparentemente leggere come Doctorin’ the Tardis, hanno così compiuto il percorso più radicale: dalla celebrazione effimera del successo pop alla costruzione di un’eternità materiale fatta di resti umani e argilla. Il termine da loro coniato, MuMufication, gioca linguisticamente sulla mummificazione egizia e sul loro nome di battaglia The Justified Ancients of Mu Mu, suggerendo che la vera immortalità non risiede nella fama o nelle classifiche ma nella trasformazione della carne in artefatto duraturo.

Morte e musica, i Depeche Mode cantano da semrpe la fine di tutto

Parallelamente a questa esplorazione concettuale e materiale, i Depeche Mode hanno percorso il sentiero più intimo e psichedelico del rapporto con la morte, trasformando la loro stessa biografia in una meditazione continua sulla finitezza. Dave Gahan, la voce profonda e baritonale che ha definito il suono della band per decenni, ha vissuto un’esperienza di morte clinica nel 1996 a Los Angeles, quando un’overdose di eroina lo ha portato all’arresto cardiaco per due minuti. La sua descrizione di quell’esperienza è agghiacciante e insieme profondamente significativa per comprendere il rapporto tra musica e morte: Gahan racconta di essersi visto dal soffitto, di aver osservato i paramedici che tentavano di rianimare il suo corpo, di aver sentito l’anima urlare prima di precipitare in un’oscurità totale e spaventosa. 

Quel grido dell’anima, quel momento di sospensione tra la vita e la morte, è esattamente ciò che la musica dei Depeche Mode ha sempre cercato di esprimere: il buio, la discesa, ma anche la possibilità del ritorno. Quando Gahan si risvegliò in ospedale, ammanettato al letto perché in possesso di droga, iniziò un lungo percorso di disintossicazione che lo avrebbe riportato alla vita e alla musica.

Ma quell’esperienza di morte è rimasta incisa nella sua arte, rendendo ogni sua performance successiva una celebrazione della sopravvivenza, un inno alla fragilità dell’esistenza. Il legame dei Depeche Mode con la morte ha trovato la sua più compiuta espressione nell’album Memento Mori, il cui titolo stesso è un monito che attraversa i secoli: ricordati che devi morire. Creato durante la pandemia, l’album ha assunto un significato ancora più profondo e lacerante dopo la morte di Andrew Fletcher, storico tastierista e membro fondatore, scomparso nel 2022. 

Il tour mondiale che ne è seguito, documentato nel film Depeche Mode: M del regista messicano Fernando Frías, è diventato un rito collettivo di elaborazione del lutto, in cui le canzoni si sono trasformate in preghiere laiche…

e i concerti in cerimonie funebri celebrate da migliaia di fedeli. Nel film, le performance sul palco si intrecciano con monologhi di messicani anonimi che riflettono sulla morte come fusione dei corpi, come passaggio attraverso schermi televisivi e paesaggi nebbiosi, mentre gli effetti visivi di Joshua Ellingson moltiplicano le immagini di Martin Gore e Dave Gahan in una danza spettrale di trasparenze e rifrazioni. 

La canzone Ghosts Again, definita da Gahan come il perfetto equilibrio tra malinconia e gioia, diventa l’inno di questa nuova fase della band: i fantasmi tornano, le ombre dei defunti continuano ad abitare le nostre vite attraverso la musica, e la memoria diventa l’unica forma di immortalità concessa agli esseri umani.

La tanatologia contemporanea riconosce nella musica uno strumento fondamentale per l’elaborazione del lutto e per l’accompagnamento dei morenti, perché morte e musica continuano a parlarsi

La dottoressa Ira Byock, pioniera delle cure palliative, ha identificato quattro sentimenti essenziali per chiudere bene le relazioni alla fine della vita: amore, gratitudine, perdono e commiato. La musica, sostiene Byock, è in grado di veicolare questi messaggi affettivi più efficacemente e rapidamente delle parole, come dimostra il racconto della morte di sua nonna, accompagnata dalle canzoni Wind Beneath My Wings e Eagles’ Wings

In Italia, musicoterapisti come Raffaele Schiavo portano avanti un lavoro prezioso nell’accompagnamento dei morenti attraverso il suono, dimostrando che la musica può ridurre l’ansia, alleviare la sofferenza e facilitare quel passaggio che tutti siamo chiamati ad affrontare. Le marce funebri, il jazz di New Orleans con le sue celebrazioni gioiose della vita, gli spirituals afroamericani che cantano la liberazione dalla schiavitù terrena: ogni cultura ha sviluppato forme musicali specifiche per affrontare il mistero della morte, trasformando il dolore individuale in esperienza comunitaria e il silenzio della tomba in canto corale.

Leonard Cohen, il raffinato cantautore canadese, ha offerto forse la più lucida meditazione musicale sulla morte con Who By Fire del 1974, ispirata al poema liturgico ebraico Unetanneh Tokef.

La struttura della canzone è geniale nella sua semplicità: ogni strofa enumera i diversi modi di morire, chi per fuoco e chi per acqua, chi per avidità e chi per fame, chi nei regni dell’amore e chi scivolando via in solitudine. E poi, alla fine di ogni enumerazione, la domanda che cambia tutto: e chi dirò che sta chiamando? Cohen gioca sul doppio senso di calling, sulla metafora del maggiordomo al telefono che chiede educatamente chi sia dall’altra parte della cornetta. Ma quella cornetta è il filo che ci lega all’aldilà, e la domanda è la più antica e la più insolubile: chi c’è dall’altra parte? Chi decide del nostro destino ultimo? Chi possiamo riferire come responsabile di tutto questo morire? La bellezza della domanda di Cohen è che non pretende risposte teologiche o filosofiche, ma si limita a registrare lo stupore e il dolore di chi contempla la mortalità propria e altrui, incluso se stesso in quel verso finale chi in questo specchio che personalizza tutta la meditazione precedente.

La musica popolare, spesso liquidata come intrattenimento leggero, si rivela invece uno dei luoghi privilegiati per l’esplorazione del rapporto con la morte. Dalle ballate medievali che raccontavano morti tragiche alle ninne-nanne che già nel felice mese di maggio contenevano presagi di morte, come Cohen ben sapeva, la canzone d’autore ha sempre mantenuto un dialogo serrato con la finitezza umana. I Depeche Mode hanno costruito la loro intera carriera su questo dialogo, con canzoni che parlano di peccato e redenzione, di desiderio e perdizione, di corpi che si sfaldano e anime che cercano salvezza. La loro musica, nata nei synth pop anni Ottanta, si è progressivamente oscurata e approfondita, fino a diventare la colonna sonora di generazioni intere che hanno trovato nelle parole di Martin Gore e nella voce di Dave Gahan una cassa di risonanza per le proprie ansie esistenziali.

I KLF hanno invece portato il discorso alle estreme conseguenze, abbandonando la musica per dedicarsi alla costruzione fisica di un monumento ai morti. Il loro percorso è paradossale e affascinante: dopo aver bruciato un milione di sterline in un’isola scozzese, dopo aver dominato le classifiche con hit apparentemente demenziali, dopo aver dissacrato ogni regola dell’industria musicale, approdano alla costruzione di una piramide che conterrà i resti di chiunque voglia farsi trasformare in mattone.

Trentaquattromilacinquecentonovantadue mattoni per completare l’opera, trecento anni per realizzarla, un progetto che supera la vita dei suoi stessi ideatori e si proietta in un futuro in cui nessuno di loro sarà più in vita. È questa forse la risposta più radicale alla domanda di Cohen: chi dirò che sta chiamando? Nessuno, forse, o forse tutti, o forse la chiamata stessa è ciò che conta, non chi la produce. La piramide dei KLF è un monumento alla memoria collettiva, un tentativo di dare forma fisica e duratura a ciò che per definizione è evanescente e fragile: la vita umana.

Il silenzio, nella musica, è sempre stato il luogo in cui la morte si annida. Le pause, i respiri tra una nota e l’altra, i vuoti che danno senso ai pieni: tutto questo è stata letto dalla tradizione filosofica come metafora del nulla che circonda l’essere. I Depeche Mode hanno fatto del silenzio e del suono un uso sapiente, alternando esplosioni elettroniche a momenti di rarefazione estrema, creando un’architettura sonora in cui la morte non è solo un tema trattato nei testi ma diventa struttura formale della musica stessa. Quando Dave Gahan canta, la sua voce emerge dal buio e vi ritorna, come un’anima che si affaccia per un istante alla finestra del corpo prima di ritirarsi nell’oscurità. I concerti della band, soprattutto dopo la morte di Fletcher, sono diventati veglie funebri in cui migliaia di persone cantano insieme le stesse parole, creando una comunità temporanea di sopravvissuti che celebrano la vita attraverso il ricordo della morte.

La tanatologia ci insegna che l’elaborazione del lutto passa attraverso fasi precise, e la musica ha il potere di accompagnare ciascuna di queste fasi con una precisione che le parole da sole non possono raggiungere. La negazione, la rabbia, la contrattazione, la depressione, l’accettazione: ogni stadio trova nella musica una corrispondenza emotiva, una possibilità di espressione e di catarsi. I blues del delta del Mississippi cantavano la morte come liberazione dalla fatica, i gospel la cantavano come ricongiungimento con il Signore, il rock ne ha fatto un’icona ribelle e affascinante, l’elettronica l’ha trasformata in paesaggio sonoro dell’anima. I Depeche Mode hanno attraversato tutti questi generi e tutte queste concezioni, costruendo un corpus musicale che è insieme diario intimo e cronaca collettiva del nostro rapporto con la finitezza.

Il progetto dei KLF, con la sua apparente follia, contiene una lucidità straordinaria sulla natura della memoria e dell’immortalità. Essere ridotti a ventitré grammi di ceneri sigillati in un mattone, parte di una piramide che forse nessuno vedrà mai completata, è una forma di umiltà radicale di fronte alla grandezza del tempo. Non si tratta della fama postuma, del nome ricordato nei secoli, ma di una presenza anonima e silenziosa, di un’appartenenza fisica a qualcosa che durerà più a lungo di qualsiasi individuo. I mattoni non portano nomi, le ceneri sono mescolate all’argilla, i defunti diventano parte di una struttura collettiva che non celebra l’individuo ma l’umanità intera. C’è in questo una saggezza antica, una ripresa del mito della torre di Babele o delle piramidi egizie, ma depurata da ogni ambizione titanica e trasformata in gesto umile e comunitario.

Il film di Fernando Frías su Depeche Mode cattura perfettamente questa doppia natura del rapporto tra musica e morte: da un lato lo spettacolo, il concerto, la celebrazione della vita attraverso il suono e il movimento; dall’altro il lutto, la memoria, la presenza-assenza di chi non c’è più. Le immagini dei fan che mostrano i ritratti di Fletcher durante World In My Eyes, i giochi di luce che trasformano Gore e Gahan in fantasmi trasparenti, le interviste ai messicani che parlano della morte come mescolanza dei corpi: tutto concorre a creare un’opera che non è semplicemente un documentario musicale ma una meditazione visiva sulla mortalità. Il messicano che alla fine del film definisce l’aldilà come la memoria che gli altri hanno di noi offre la sintesi perfetta di tutto il discorso: siamo vivi finché qualcuno ci ricorda, finché qualcuno canta le nostre canzoni, finché le nostre ceneri sono parte di una piramide che qualcuno guarderà.

La musica, in definitiva, è la forma più alta e più accessibile di meditazione sulla morte. Attraverso il suono possiamo avvicinarci all’abisso senza precipitarvi, possiamo esprimere ciò che le parole non dicono, possiamo condividere con gli altri il mistero più grande e più temuto dell’esistenza. I Depeche Mode con le loro canzoni cupe e danzerecce, i KLF con le loro provocazioni concettuali e la loro piramide di ceneri, Leonard Cohen con le sue domande sospese tra ironia e disperazione, i musicoterapisti con il loro accompagnamento dei morenti: tutti contribuiscono a tessere quella trama di suoni e silenzi in cui la morte perde il suo volto mostruoso e diventa semplicemente ciò che è, la compagna silenziosa di ogni nostra giornata, l’ombra che rende possibile la luce, il silenzio che dà senso alla musica.

C’è un momento, nella vita di ognuno, in cui ci si inizia a chiedere cosa resterà di noi. Spesso la risposta si cerca in un testamento, in una fotografia, in una lettera scritta a mano e dimenticata in un cassetto. Oggi, però, la risposta potrebbe arrivare da una playlist. Perché la morte, da tempo immemorabile, è cultura, e la cultura è anche il sottofondo musicale che ci accompagna. Ed è esattamente in questo incrocio tra tanatologia e tecnologia che nasce l’ultima, singolare innovazione: l’Eternal Playlist Urn, presentata il 24 febbraio 2026 da Spotify e Liquid Death. Immaginate un’urna funeraria. Ora immaginatela diversa. Immaginatela bianca, minimalista, con un profilo che ricorda un altoparlante hi-fi di design. Non è un caso. Il coperchio di quest’urna, infatti, ospita un diffusore Bluetooth. Sì, avete capito bene: le ceneri del vostro caro – o le vostre, se siete previdenti – potranno riposare in un contenitore di resina poliestere capace di diffondere la colonna sonora della loro (o della vostra) esistenza. 

Che si tratti di tuo nonno, della tua gatta o del tuo migliore amico, la logica è disarmante nella sua semplicità: perché smettere di ascoltare musica solo perché si è smesso di respirare? 

Il concept, lanciato con un video promozionale che promette, senza troppe prove a supporto, persino una riduzione delle presenze ectoplasmatiche in casa, gioca ironicamente su un bisogno ancestrale: il legame con chi non c’è più. Se i fantasmi del cinema, da “The Conjuring” in poi, si agitano per questioni irrisolte, forse basterebbe un po’ di Rolling Stones a volume adeguato per calmarli. L’idea è che la morte non debba per forza coincidere con il silenzio. La tiratura è limitatissima: solo centocinquanta esemplari disponibili. Un numero che trasforma l’oggetto in un pezzo da collezione per addetti ai lavori, impresari funebri con il senso dell’umorismo o semplici appassionati di memorabilia. 

Ma al di là dell’aspetto estetico e della provocazione commerciale, il progetto si spinge oltre. Per accompagnare il lancio dell’urna parlante, Spotify ha attivato una funzione specifica sull’app mobile statunitense: l’Eternal Playlist Generator. È il passo successivo alla preparazione del testamento.

Prima si scrive a chi lasciare la casa, poi si decide quale vibrazione musicale dovrà accompagnare il proprio sonno eterno. Il funzionamento è quello degli algoritmi a cui siamo ormai abituati: l’utente seleziona alcune atmosfere e Spotify genera una playlist che mescola i brani suggeriti con le proprie abitudini di ascolto. Il risultato è un ritratto sonoro dell’individuo, un’eredità immateriale fatta di suoni, pronta a essere riversata nell’urna-cassa e ascoltata per sempre. Dai Growlers ai Red Hot Chili Peppers, dagli Arctic Monkeys a Lady Gaga, il catalogo è quello sterminato della piattaforma. C’è, in tutto questo, un passaggio culturale sottile ma profondo. Per secoli ci siamo affidati a simboli, lapidi e rituali per mantenere un contatto con i defunti. Oggi, in un’epoca in cui l’identità si costruisce sempre più attraverso le playlist e i consumi culturali, il ricordo diventa fluido, si fa onda acustica. 

La tanatologia, lo studio della morte e del lutto, incontra così la personalizzazione digitale. L’oggetto funerario non è più solo un contenitore di resti, ma diventa un altoparlante dell’anima, un medium attraverso cui il defunto può ancora “parlare” – o meglio, suonare – ai vivi. Certo, c’è anche il lato pragmatico: se l’idea di spendere una cifra importante per un’urna tecnologica vi sembra eccessiva, si può sempre ripiegare su un’urna tradizionale da cento dollari e appoggiarci sopra un comune speaker Oontz. La chiameremo la “festa economy” per l’aldilà. Ma al di là del budget, la domanda che resta è un’altra: se davvero la morte è cultura, cosa dice di noi il fatto che la nostra ultima volontà possa essere quella di andare avanti a suonare, in loop, per l’eternità? Forse che, in fondo, la paura più grande non è smettere di vivere, ma smettere di vibrare.

Riccardo Sada x Sada Says x AD! AllaD!sco