Oggi per M!X AD! spiegone, sul business della musica italiana. Partiamo da Rockol, che come sempre racconta i dati del music business con immensa competenza. Poi Stanzani, Boroni, e umilmente (ma non troppo) Tiezzi.
“… Rispetto al 2024, nel 2025 il mercato globale della musica registrata è cresciuto di quasi due punti percentuali in più – dal +4,7% al 6,4%. E l’Italia, rispetto alla media globale, ha toccato il suo picco storico in termini di volume d’affari, sfondando la soglia del mezzo miliardo di euro di ricavi con un aumento del 10,7% su base annua.
Per leggere correttamente i dati, ça va sans dire, occorre una visione d’insieme. E, in questo senso, l’ultimo report di IFPI – diffuso poche ore fa, contestualmente a quello di FIMI – è utilissimo: là dove ci sono aree geografiche la cui espansione marcia ancora a doppia cifra, ce ne sono altre – quelle più avanzate – piuttosto vicine alla crescita piatta.
In un quadro del genere, il nostro Paese si trova a metà strada tra le realtà emergenti e quelle maggiormente consolidate, con diverse opportunità da cogliere e qualche trappola da evitare…”.
Tutto il resto lo leggete su Rockol, che business della musica italiana (e non italiana) è la bibbia.
Passiamo a Marco Stanzani, super esperto di comunicazione musicale, colui che lanciò tra gli altri i Lunapop, ovvero uno che di pop bello e semplice che funziona ne sa… Parliamo di pop bello, come quello di Cremonini, lontano anni luce dalla (pessima) qualità musicale di Sanremo.
Sanremo ’26, tutto suona bene… e banale, dice Stanzani. Facciamo un riassunto dello Stanzani pensiero.
Sanremo 2026 ha offerto un quadro nitido, forse fin troppo, dello stato dell’industria musicale italiana: un ecosistema che funziona, produce, macina numeri, ma che sembra aver smarrito la capacità di generare discontinuità.
Le produzioni sono tecnicamente solide, spesso impeccabili. Le scritture seguono pattern consolidati, ottimizzati per la fruizione digitale. Le estetiche si muovono in cluster prevedibili: urban-pop, indie-pop, cantautorato pop. Il risultato è un’offerta ampia ma poco differenziata, dove l’innovazione è più un’eccezione che una strategia.
E’ l’effetto del solito algoritmo che crea la standardizzazione come norma
La pressione delle piattaforme ha introdotto un nuovo paradigma: la musica deve essere immediata, riconoscibile, compatibile con le playlist editoriali.
Brani progettati per durare un trend; carriere costruite su cicli di hype; estetiche che si consumano rapidamente. La domanda, dunque, è: stiamo producendo musica che sopravviverà al suo contesto? Forse manca la discontinuità. La storia della musica italiana è fatta di momenti di rottura: il cantautorato degli anni ’70, il rock alternativo degli anni ’90, l’esplosione urban degli anni ’10.
Per costruire un’eredità musicale significativa servirebbero: politiche discografiche che valorizzino la ricerca; spazi mediatici che diano visibilità alla sperimentazione… e ovviamente un’educazione all’ascolto che premi la complessità.
Bene, Stanzani è chiarissimo e non dice alla fine ciò che invece a me sembra chiaro. Siccome il sistema funziona e produce soldi, Sanremo non cambierà e il sistema dalla musica italiana continuerà così, senza innovazione, fino ad implodere, forse. Gli Achille Lauro / Sal Da Vinci / Tommaso Paradiso senza The Giornalisti / Annalisa… continueranno ad esistere, se producono soldi. L’unica speranza (musicale) è che non lo facciano più, per generare più Cremonini (che però oggi è davvero molto poco sorprendente), Lorenzo Jovanotti, Elisa… per non parlare dell’hip hop e di Vasco Rossi o Marracash, artisti decisamente più innovativi.
Visto che oggi andiamo per le lunghe, ecco un altro spunto di riflessione sulla discografia.
questo, su Sky Insider (Sky Tg24)
Una rilfessione sul mercato discografico di Michele Boroni, addetto ai lavori che ne sa che possiamo leggere volentieri sul sito di Sky, se clienti (se non clienti cliccate sul link sopra o sotto). E’ autore e consulente di comunicazione per tv, radio, festival, brand e progetti editoriali e digitali. Si occupa di musica, tecnologia, media & marketing, cultura pop. Attualmente, oltre che con SkyTg24, collabora con Il Messaggero, Elle Decor Italia, Rockol, Quants, D’Alessandro & Galli e il gruppo WPP.
Boroni si concentra sulla proprietà della musica nell’era dello streaming. E passa dalla proprietà dei CD o dei vinili a quella di ideali e convinzioni. La sua è una riflessione importante sul business della musica italiana
“Il modello di business delle piattaforme ci ha plasmato l’ascolto”, dice Boroni, «In un mondo dominato da abbonamenti e servizi”.
C’è un pizzico di vero in queste riflessioni, ma non sono affatto d’accordo. E’ la società, oggi, ad essere poco conflittuale tra giovani e adulti e guarda caso nel mondo domina il pop inter-generazionali… ma c’è pure l’hip hop / trap, in Italia, che noi over 40 ‘schifiamo’. Non io, quasi tutti sì.
Eccoci quindi al mio parere personale su questo periodo, in cui possiamo ascoltare un po’ tutto, quasi gratis. Per chi ama la musica è il paradiso. Anche se i biglietti dei concerti costano tanto, troppo.
E poi c’è il business della musica registrata, che sta morendo solo 20 anni fa e oggi è in BOOM. Io me lo ricordo perché c’ero (e oggi non ci sono più perché a 54 anni son vecchio per farne parte).
A fine anni ’90 e prima e fino al 2006 circa ho lavorato in discografia, in Italia. Già c’erano Napster e i CD pirata, già stava nascendo iTunes (…) ma non c’era lo streaming legale che, dal 2010 in poi, ha reso la discografia RICCHISSIMA.
E gli artisti che hanno un pubblico: RICCHISSIMI. Springsteen ancora più ricco, perché oltre a fare concerti (strapagati) ha pure venduto il catalogo, pur restando “di sinistra” e quindi “vero”, è ancora più ricco e più libero (di incassre ancora) – io che spendo circa 20 euro al mese con lo streaming family per 4 persone su Spotify spendo 240 euro l’anno. Più o meno 1.5 CD al mese? Circa 18 all’anno?
Ma me li copravo in 2 mesi, quando non c’era lo streaming. E oggi ascolto MILLE cose – ‘sta roba del ‘consumo’ – Certo che c’è – ma gli ABBA non erano consumo? Certo che meglio gli ABBA di Sal Da Vinci o tutto Sanremo? Certo. Ma Bad Bunny o Harry Styles NON credo, fattivamente, siano molto sotto gli Abba. Sono laureato in musica, DAMS 1996. Non è che lo credo e basta. Lo so.
E’ un periodo complicato per il mainstream? Sì, certo… ma tutta questa PAURA dei dati da parte di Boroni ed altri apocalitici (nel senso che intendeva Umberto Eco). Boh.
Nella musica: NO. Chi fa davvero successo fa di testa sua e/o è bravissimo. Quindi: Swift, BTS, Coldplay, Adele (che NON c’è per scelta) Styles usano la AI come dovremmo fare tutti. Con il loro gusto.
E poi: meno male che ci sono nuovi modelli economici. Nel 2005 era tutto morto. Nel 2005 a Milano la discografia era MORTA. Oggi ci lavorano credo almeno 500 persone. 500. Non 50. 500.
PS non io che son vecchio e son qui al cazzeggio sui social e scrivo.