Ricky Sada Riccardo

“History Repeating”, le storie sono tutte già scritte / Sada Says

Le storie (della dance) sono tutte già scritte, come dice “History Repeating” e come ci racconta Riccardo Sada

Il grande ritorno suona sempre come la prima volta, ma è sempre un eco di qualcosa che conoscevamo già “History Repeating” è una di quelle canzoni che non invecchiano mai, e non per caso. Nel 1998 i Propellerheads, duo britannico di big beat e musica elettronica formato da Alex Gifford e Will White, pubblicarono sull’album “Decksandrumsandrockandroll” un brano destinato a diventare un classico assoluto della dance music internazionale.

La scelta di affiancare al loro sound potente e sincopato la voce di Shirley Bassey, leggenda del pop britannico nota soprattutto per le sue interpretazioni dei temi di James Bond, fu un colpo di genio che ancora oggi stupisce per la sua audacia e precisione. Il risultato fu un singolo che scalò le classifiche di mezza Europa, portando il big beat fuori dai club underground e dentro i salotti di chi non aveva mai sentito parlare di Chemical Brothers o Fatboy Slim.

Le storie (della dance) sono tutte già scritte, come dice “History Repeating”

La fusione tra l’elettronica muscolare dei Propellerheads e la voce drammatica, quasi teatrale, della Bassey creò qualcosa di difficile da catalogare: troppo raffinato per essere soltanto dance, troppo fisico e ritmico per essere pop tradizionale. Era musica elettronica con l’anima di un’altra epoca, e proprio per questo funzionò in modo così trasversale e generazionale. Il titolo del brano non era casuale. “History Repeating” parlava esattamente di quello che sembrava essere: la consapevolezza che certi meccanismi si ripetono, che i gusti cambiano ma i cicli restano, che ogni generazione crede di vivere qualcosa di inedito mentre in realtà sta ricalcando un percorso già tracciato da chi è venuto prima. Questo concetto, applicato alla musica e alla cultura popolare, diventa una chiave di lettura potentissima per capire come funziona davvero l’industria discografica e la cultura del clubbing nel profondo. I gusti musicali hanno attraversato trasformazioni radicali nel corso del Novecento.

Le storie (della dance) sono tutte già scritte, come dice “History Repeating”

Dalle canzoni folk al rock and roll, dalla psichedelia all’hip hop, ogni generazione ha vissuto il proprio genere preferito come una rivoluzione assoluta e ha guardato con sospetto e diffidenza quello successivo. I genitori degli anni Cinquanta erano convinti che il rock and roll stesse corrompendo i giovani, esattamente come i genitori di oggi credono che certe liriche rap stiano plasmando in senso negativo il comportamento e i valori dei ragazzi. Ma questa paura è davvero giustificata, o stiamo semplicemente dimenticando il nostro passato collettivo? La musica rock non è mai stata esente da contenuti violenti, sessisti o legati all’abuso di sostanze.

L’era hippy, con tutta la sua spinta verso la pace e la positività, fu anche il momento di massima diffusione dell’LSD e degli allucinogeni. Il reggae ha sempre celebrato la marijuana come elemento culturale e spirituale irrinunciabile. Eppure nessuno oggi mette sotto accusa questi generi con la stessa ferocia riservata all’hip hop contemporaneo. La verità è che la musica che ascoltiamo racconta il mondo in cui viviamo, e l’hip-hop ha il merito, o il torto secondo alcuni, di farlo con una franchezza che altri generi si sono sempre concessi solo in modo più nascosto e metaforico. Artisti cresciuti in quartieri a basso reddito scrivono di quello che hanno vissuto in prima persona, della vendita di droga come unica via di uscita dalla povertà, della violenza come paesaggio quotidiano e inevitabile.

Rappare su questo non è glamourizzare il crimine, è fare arte con il materiale grezzo della propria esistenza, esattamente come i bluesmen del Mississippi raccontavano miseria e dolore, o come i punk inglesi sfogavano la rabbia autentica di una generazione senza futuro davanti.

Il problema non è nella musica, è nelle radici sociali che quella musica descrive con onestà brutale. Se i Propellerheads avessero avuto paura del giudizio altrui e non avessero osato mescolare il loro big beat con la voce di una cantante considerata fuori moda e fuori contesto, non avremmo mai avuto “History Repeating”. La dance music ha sempre prosperato su contaminazioni improbabili, su incontri tra mondi apparentemente lontanissimi, su dj che prendono un frammento di soul del passato e lo reimmettono in circolo dentro una cassa dritta che fa ballare i club di tutto il mondo per decenni.

Questo è il cuore pulsante della musica elettronica: non la nostalgia fine a se stessa, ma la capacità concreta di trasformare il già sentito in qualcosa che suona sorprendentemente nuovo. “Decksandrumsandrockandroll” è un titolo programmatico, quasi un manifesto generazionale. I piatti dei dj, la batteria live, il rock come attitudine mentale prima ancora che sonora: tutto mescolato in un suono che alla fine degli anni Novanta rappresentava perfettamente lo spirito di un’epoca in cui i confini tra i generi stavano saltando uno dopo l’altro senza rimpianti. Shirley Bassey in quel contesto non era un vezzo retrò né una trovata di marketing, era la dimostrazione concreta che certe voci, certi arrangiamenti, certe emozioni non appartengono a un’epoca sola ma a tutte le epoche simultaneamente.

La storia si ripete eccome ma ogni ripetizione porta con sé qualcosa di inaspettato che non c’era prima. Accusare la musica di oggi di essere più pericolosa o più corrotta di quella di ieri è un esercizio che ogni generazione compie con puntualità quasi comica, e puntualmente si rivela sbagliato e inutile. Le radici del disagio sociale non stanno in un testo rap, stanno in condizioni economiche e culturali profonde che la musica descrive con coraggio ma non crea. Finché non si lavora su quelle radici vere, ogni tentativo di cambiare la cultura musicale resta superficiale e destinato a fallire. Nel frattempo, la dance continua a fare quello che ha sempre fatto meglio di tutto: prendere tutto quello che c’è, mescolarlo senza paura, farlo ballare, e dimostrare ancora una volta che la storia che si ripete può comunque sorprenderci e commuoverci come se fosse la prima volta in assoluto.

Riccardo Sada x Sada Says x AD!