Ricky Sada Riccardo

“Pain in Full”, il remix dei Coldcut che ha cambiato tutto

Ve la ricordate “Paid in Full”? Se ve la ricordate, avete almeno 50 anni. E vi ricordate un remix, probabilmente, non l’originale…

Il remix dei Coldcut che ha cambiato tutto, trasformando “Paid in Full” di Erik B & Rakim in un inno… by Riccardo Sada x Sada Says

C’è un momento preciso in cui il remix smette di essere un servizio e diventa un atto creativo autonomo. Quel momento ha una data, un titolo e due nomi: 1987, “Paid In Full” di Erik B & Rakim nella versione Seven Minutes Of Madness dei Coldcut.

IL REMIX di “Paid in Full” che ha cambiato tutto…

Matt Black e Jonathan More, ex dj part-time con lavori diurni rispettivamente da programmatore informatico e insegnante d’arte, costruiscono con questo lavoro qualcosa che non esiste ancora: il remix come opera in sé, capace di entrare in classifica, numero 15 nel Regno Unito, indipendentemente dall’originale di Eric B & Rakim.

L’ORIGINALE

Il paradosso di partenza è già illuminante sul piano tecnico e concettuale. Julian Palmer, a&r di Fourth & Broadway senza autorizzazione dei suoi superiori, commissiona il lavoro ai Coldcut senza fornire i nastri master. Consegna loro dieci copie in vinile dell’album. Tutto il materiale sorgente è analogico, fisico, non modificabile se non attraverso la manipolazione diretta del supporto. È da questo vincolo che nasce la soluzione. Il lavoro non parte in studio ma in un corridoio dell’appartamento di Black, con due giradischi e un four-track.

Il metodo è lo stesso sviluppato in precedenza per “Beats + Pieces”: tape loop fisici, editing su reel-to-reel, e un approccio alla costruzione del ritmo che ricorda meno la produzione musicale tradizionale e più l’architettura. Il break ritmico estratto dal vinile viene registrato su nastro, copiato in serie e rimontato manualmente attorno a un manico di scopa che funge da carrucola per mantenere in tensione il loop. È un sistema di produzione che oggi sembrerebbe medievale ma che in quel contesto rappresentava la frontiera tecnologica accessibile. La scelta campionistica rivela una cultura musicale eclettica e poco ortodossa. Accanto agli elementi prevedibili, come il riff di basso di “Don’t Look Any Further” di Dennis Edwards e Siedah Garrett, il beat di “Ashley’s Roachclip” dei Soul Searchers, James Brown, i Peech Boys, la Salsoul Orchestra, emergono le scelte davvero decisive.

La prima è “Im Nin’alu” di Ofra Haza, cantante israeliana di origine yemenita, segnalata a Jonathan More dal dj di Capital Radio Charlie Gillett. Abbassata di otto semitoni sul giradischi, la voce si allinea perfettamente in tonalità e tempo con il resto del materiale. Non per calcolo ma per coincidenza. È quella voce a diventare l’hook del brano, il suo elemento più immediatamente riconoscibile e commercialmente efficace. La seconda scelta inattesa è ancora più rivelatrice della metodologia Coldcut: un disco della BBC Records intitolato “Bang On A Drum”, raccolta di canzoni per bambini tratte dai programmi televisivi Play School e Play Away. In un panorama in cui i colleghi setacciavano dischi di James Brown e Dennis Coffey, More e Black compravano qualsiasi cosa avesse un titolo percussivo, senza pregiudizi di genere o provenienza. “La maggior parte è spazzatura ma ogni tanto trovi una pepita”, dice More. È una metodologia curatoriale che anticipa di decenni l’approccio del crate digging sistematico. Sul piano tecnico, il passaggio cruciale avviene in studio con l’ingegnera del suono Raine Shine e l’utilizzo di un desk SSL, all’epoca una novità rilevante che permette l’automazione delle tracce in modo precedentemente impensabile per questo tipo di lavoro. A questo si aggiunge l’uso di un delay Bel come campionatore, un reimpiego non previsto dello strumento che, inaspettatamente, aggiunge corpo alla cassa del ritmo. La limitazione tecnologica, ancora una volta, produce un risultato estetico che la progettazione non avrebbe generato.

Le difficoltà di missaggio sono emblematiche di un problema che ancora oggi chiunque lavori con campionamenti multipli conosce bene: ogni sorgente porta con sé la propria riverberazione ambientale. La somma di reverb già presenti nel materiale originale rende qualsiasi aggiunta di riverbero artificiale un rischio concreto di fango frequenziale. La soluzione di Shine è chirurgica: eq molto preciso, riverberazione usata con estrema parsimonia, quasi solo sugli scratching, per dargli coerenza spaziale, e gestione del bilanciamento affidata all’orecchio più che alla tecnica di missaggio convenzionale. Gli scratch del dj Cell di Bass Inc aggiungono uno strato di virtuosismo esecutivo che i Coldcut da soli non avrebbero potuto ottenere.

Ma è la struttura drammaturgica del remix a essere davvero rivoluzionaria: i campionamenti parlati, Humphrey Bogart da “The Big Sleep”, la voce dell’attore Geoffrey Sumner con l’introduzione “this is a journey into sound” ricavata da un disco di stereofonia promozionale, trasformano il remix in una narrazione, non solo in una rilettura ritmica dell’originale.

È un’operazione che si avvicina più al montaggio cinematografico che alla produzione musicale nel senso corrente del termine. Il risultato porta in classifica un brano che nessuno aveva pensato come singolo, fa scoprire Ofra Haza al grande pubblico europeo, porta Eric B & Rakim al Top of the Pops britannico, dove, a quanto si racconta, Rakim apprezza il lavoro mentre Eric B lo liquida come “musica disco da femminuccia”, e ottiene ai Coldcut un compenso di settecentocinquanta sterline per qualcosa che venderà milioni di copie. Il credito in copertina, almeno, arriva intero: sono tra i primissimi remix artist a ricevere un billing equivalente a quello degli artisti originali. Ciò che “Seven Minutes Of Madness” dimostra non è solo che si può fare un remix straordinario senza i nastri master. Dimostra che il vincolo tecnico, quando incontra una visione culturale coerente e una curiosità musicale non gerarchica, diventa il motore dell’innovazione. Trent’anni dopo, il principio non è cambiato. È cambiato solo il peso del manico di scopa.

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