Ricky Sada Riccardo

Il nome d’arte è molto / Sada Says

Il nome d’arte è molto

Il nome d’arte è molto più di una semplice etichetta: è un atto identitario, una dichiarazione d’intenti, quasi una firma con cui l’artista si presenta al mondo e alla storia. Nel panorama musicale contemporaneo, la scelta di come farsi chiamare rappresenta un crocevia tra creatività, strategia e consapevolezza di sé, e comprenderne la portata è uno dei primi passi che ogni artista dovrebbe compiere nel proprio percorso. Si torna, inevitabilmente, al marketing, nel senso più nobile del termine: anche e soprattutto in quel campo è importante un certo tipo di identità e di richiamo.

Nel panorama italiano attuale esistono nomi di artisti e di progetti abbastanza inusuali, molto lontani dai concept degli anni Settanta, Ottanta, Novanta. Probabilmente non è una coincidenza: la digitalizzazione, la progressiva scomparsa dei supporti fisici come il vinile, e la libertà offerta dal digitale hanno portato anche a una liberalizzazione della fantasia. Nascono così nomi fortemente creativi, capaci di raccontare già da soli una storia. È il caso di deadmau5, il produttore canadese che trovò un topo morto nel suo scantinato e decise che da quel giorno sarebbe stato proprio quello il suo nome, scritto con il cinque al posto della s per distinguersi, tutto attaccato, tutto in minuscolo, così come lo usava nelle chat. Un nome che è già un racconto, già un mondo. Non si può tuttavia fare di tutta un’erba un fascio, perché ogni artista ha un suo perché, ha scelto quel tipo di nome per ragioni proprie, intime, spesso non replicabili. Bob Sinclar, ad esempio, era un grande appassionato dei film di 007: quella era una storia di personaggi degli anni tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta, e lui scelse di usare quel nome invece di Christophe Le Friant, il suo nome anagrafico.

Il nome d’arte è molto…Un nome artistico rivela le intenzioni, la passione, l’obiettivo che probabilmente si vuole centrare, e anche il target di pubblico che si vuole raggiungere, volontariamente o involontariamente.

È per questo che la scelta non andrebbe mai affrontata con superficialità. Prima di decidere, è fondamentale prepararsi una lista di alternative, almeno una, due, tre, fino a nove opzioni diverse, da tenere a portata di mano e da vagliare per esclusione progressiva. Una potrebbe già esistere, un’altra potrebbe non piacere abbastanza: il metodo dell’esclusione è quello più sicuro. 

Dopodiché, è indispensabile verificare che il nome prescelto non sia già presente su Spotify, sui portali di download, magari depositato in camera di commercio, e soprattutto sui motori di ricerca. Se un nome esiste già online, significa che qualcuno lo sta già usando, e anche se oggi si tratta di una figura apparentemente lontana dal mondo della musica, nulla impedisce che domani quella stessa persona decida di incidere un disco, generando confusione o veri e propri conflitti di identità. Questo processo di verifica non è altro che ciò che nel mondo del branding aziendale viene chiamato ricerca di anteriorità: un’analisi puntuale per accertarsi che nessuno abbia già registrato qualcosa di simile, capace di creare ostacoli o bloccare il percorso del nuovo progetto. La stessa logica si applica al nome d’arte, e applicarla con rigore può fare la differenza tra costruire un’identità solida e ritrovarsi a navigare in acque già occupate da altri. 

Il nome d’arte è molto, molto importante

C’è poi la questione degli artisti che, nel corso della carriera, scelgono di cambiare nome. È una tentazione comprensibile: nell’evoluzione di un percorso artistico, il desiderio di adattare la propria identità al messaggio che si sta cambiando è legittimo. Tuttavia, questo può rivelarsi controproducente, perché il pubblico tende a ricordare e riconoscere un artista attraverso il nome con cui è emerso. Prince rimarrà sempre Prince, The Weeknd rimarrà sempre The Weeknd, indipendentemente da qualsiasi tentativo di rebranding. A questo si aggiunge un problema pratico di non poco conto: per chi già fatica a emergere nel mare magnum delle piattaforme di streaming, cambiare nome equivale in larga misura a ricominciare da zero, a costruire una nuova fanbase, ad azzerare il lavoro fatto. Non si tratta semplicemente di un lavoro aggiuntivo, ma di una scelta che può costare anni di visibilità conquistata con fatica.

Dietro la questione del nome si nasconde anche una riflessione più profonda sull’identità, quasi una questione di doppia natura. Molti artisti vivono una duplicità tra l’essere umano nella vita quotidiana e il personaggio sul palco, come accadeva al dottor Jekyll con Mr. Hyde. Il lato artistico viene incarnato nel nome scelto, e quel nome diventa la maschera e il volto allo stesso tempo: ciò che si vuole mostrare al mondo quando si sale su un palco, sotto i flash o davanti a un microfono, e che si lascia temporaneamente da parte quando ci si sfonda sul divano alla sera come tutti. Il nome d’arte, in questo senso, non è solo un elemento di marketing o di strategia commerciale: è anche il contenitore di un’identità artistica distinta da quella anagrafica, e come tale va trattato con la stessa cura con cui si costruisce un personaggio letterario. Un discorso a parte merita il mondo del rap e dell’hip-hop, che ha sviluppato nel tempo una particolare capacità di generare identità forti e immediatamente riconoscibili. I rapper, soprattutto quelli americani e francesi, sono in un certo senso giornalisti naturali: raccontano la realtà con precisione quasi cronachistica, e possiedono una dote innata per la scrittura, il testo, le lyrics. 

Il nome d’arte è molto

Sono copywriter nati, capaci di trovare il termine giusto non perché condizionati da manager o case discografiche, ma perché scrivono anzitutto per se stessi, in funzione della propria biografia, della propria storia, della propria provenienza e identità. Nell’hip-hop, del resto, anche i writers dei graffiti vanno dritti al sogno: un rapper non è altro che un audio tag in continuo movimento, un’identità che si propaga nello spazio sonoro così come una firma si propaga sui muri di una città. È su questa immagine che si apre una considerazione finale sul paradosso dell’identità digitale nell’industria musicale. Ogni brano ha un codice numerico univoco, il cosiddetto ISRC, e ogni artista sulle piattaforme di streaming è tecnicamente un identificativo, un numero nel sistema. Eppure, nel momento in cui si sale su un palco o si entra in un dj set, quel codice scompare, e resta soltanto il nome. Quel nome scelto con cura, vissuto con passione, e, quando le cose vanno bene, impresso per sempre nella memoria di chi ascolta.