Ricky Sada Riccardo

I grandi festival che salvano… e anche no / Sada Says

I grandi festival che salvano… e anche no

Certo, anche no.

Il festival vende sogni, il club costruisce comunità. Questa distinzione, che avrebbe potuto sembrare ovvia a chiunque abbia trascorso qualche anno a frequentare certe sale fumose di Berlino o certi magazzini abbandonati della periferia milanese, è diventata nel tempo un argomento da convegno, da white paper, da panel di settore affollato di consulenti in giacca e scarpe bianche che parlano di “ecosistemi” e “infrastruttura culturale” come se stessero descrivendo un’economia circolare più che una storia d’amore tra esseri umani e casse da basso. La verità, che nessuno dice abbastanza chiaramente, è che la musica elettronica ha tradito le proprie origini con una disinvoltura tale da far quasi ammirare il tempismo. Nata come linguaggio degli esclusi, come territorio di chi non trovava spazio altrove, è diventata industria da quindici miliardi di dollari (dati IMS 2025/26 già straletti) con la stessa naturalezza con cui una pianta rampicante colonizza una facciata fino a farla sembrare un’installazione d’arte.

Il problema non è la crescita in sé, sia chiaro: è che nel processo di scalata si è portati via con sé l’impalcatura. Tra il 2020 e il 2025, il numero di locali a tarda notte nel solo mercato britannico è calato del 26,4 per cento, secondo i dati del Night Time Industries Association. Un quarto degli spazi spariti, sostituiti da appartamenti di lusso o da silenziosi vuoti urbani.

Nel frattempo, i grandi festival continuano ad acquistare terreni, ad alzare palchi, a prenotare artisti con un anno di anticipo su agende già saturi di nomi intercambiabili. Il meccanismo è comprensibile, forse perfino razionale dal punto di vista del bilancio: chi deve vendere centomila biglietti non può permettersi il rischio di un’uscita discografica coraggiosa. Ma il risultato è una programmazione che assomiglia sempre più a una playlist già ascoltata, a un menù del giorno che cambia stagione ma non ingredienti di fondo. Quel che si perde nella sparizione dei club non è la nostalgica memoria di certi pavimenti appiccicosi: è la funzione generativa di quegli spazi. È là che gli artisti imparano a leggere una sala, a costruire un arco narrativo di sei ore, a capire quando spingere e quando lasciare respirare il pubblico. È là che il pubblico impara ad ascoltare, non a subire. È là, soprattutto, che si formano le fedeltà emotive che poi i festival monetizzano senza averle prodotte. Togliere i locali per lasciare i festival è come abbattere i vigneti per continuare a stappare bottiglie di riserva: funziona, per un po’. Ci sono naturalmente eccezioni intelligenti. Qualche promoter ha capito che la soluzione non è fingere che i tempi non siano cambiati, ma lavorare per costruire piccoli momenti di connessione all’interno delle grandi macchine. Stanze nascoste, set non annunciati, spazi curati da collettivi locali dentro recinti da centomila presenze: architettura dell’intimità in ambienti pensati per lo spettacolo. È un’operazione cosmetica? In parte sì. Ma è anche un segnale che qualcuno ha capito che l’esperienza conta più della scaletta, e che la scaletta conta meno di quanto il mercato delle sponsorizzazioni vorrebbe farci credere.

I grandi festival che salvan, quindi? No, anche no

Il cambiamento del pubblico è reale e meriterebbe attenzione separata: gli eventi diurni nel mercato britannico sono cresciuti dell’82 per cento dal 2022, secondo la stessa fonte, e la domanda di esperienze prive di alcol continua a salire. La sottocultura si è allargata demograficamente, ha accolto persone che non hanno mai attraversato la porta di un warehouse e che non hanno alcuna intenzione di farlo. Non è necessariamente un male. Ma è un trasformazione che richiede una risposta culturale, non solo logistica, e quella risposta non può venire solo dall’alto. Il punto, a parere di chi scrive, è che l’underground non è un reparto estetico del mainstream, non è un serbatoio di tendenze da saccheggiare ogni tre anni per rinnovare la facciata. È, o dovrebbe essere, la zona di ricerca di un intero settore. Senza quella zona, il sistema produce solo variazioni sul già noto. È lecito chiedersi se a qualcuno, in fondo, importi davvero della differenza. I biglietti si vendono lo stesso.

Riccardo Sada x Sada Says x AD!