Ricky Sada Riccardo

Voglio vederti danzare / Sada Says

Voglio vederti danzare, ecco il nuovo capitolo della saga Sada Says by Riccardo Sada

Il paradosso che attraversa da decenni la storia della musica elettronica è tanto evidente quanto raramente indagato e approfondito: la dance, genere che porta nel proprio nome la vocazione al ballo, non ha un’identità coreografica propria e unica. Se il tango racconta l’Argentina, se il liscio racconta la Romagna, se il country racconta il Midwest americano, la dance non ha mai generato un movimento del corpo capace di rappresentarla compiutamente. Chi dice “vado a ballare la dance” pronuncia una frase fin troppo generica, priva di quella precisione gestuale che invece definisce altri linguaggi musicali. Il ballo, paradossalmente, resta in una posizione defilata rispetto al genere che dovrebbe incarnarlo. Per trovare un vero balletto strutturato, codificato, quasi didattico, occorre risalire a un episodio isolato ma fondativo: la coreografia di “Saturday Night” di Wighfield.

Le mosse di Sannie Carlsonn non erano improvvisazione ma disegno preciso, tanto che vennero fotografate e stampate sul retro della copertina come una sorta di manuale illustrato, un’istruzione per l’uso rivolta a chi voleva replicare quel gesto diventato icona planetaria.

Non è un caso che il brano fosse partito dall’Inghilterra: lì trovò terreno fertile proprio perché accompagnato da un’identità visiva e fisica riconoscibile, capace di trasformare un successo musicale in fenomeno di costume. Al di là di questo episodio, la ricerca di una gestualità dance va spostata altrove, dentro i sottogeneri e le loro culture specifiche. La techno, nata come musica di ribellione nei rave, ha prodotto un dimenarsi libero, sganciato da schemi, quasi catartico.

La house, al contrario, ha sempre mantenuto un certo rigore, una dignità del movimento che non esce mai dalle righe, coerente con la sua matrice più composta ed elegante. Scendendo verso i generi costruiti sui bassi, drum and bass, big beat, trip step e UK garage, il corpo risponde inevitabilmente all’esasperazione delle frequenze basse: la spinta ritmica diventa spinta fisica, il suono si traduce in scatto muscolare. Anche i bpm elevati raccontano una storia coreografica sorprendente. Più il tempo si alza, più diventa impossibile seguirlo fedelmente con il corpo: da qui nasce l’abitudine, tipica di generi come l’hardcore, di ballare a metà della velocità reale, dimezzando il ritmo percepito per renderlo sostenibile. È una regola non scritta ma condivisa da chi frequenta certi ambienti, un adattamento fisiologico prima ancora che stilistico. Va inoltre considerato un fenomeno collaterale ma significativo: la coreografia da palco delle band.

Voglio vederti danzare, quindi…

Quando un gruppo ripete ossessivamente gli stessi movimenti durante un’esibizione dal vivo, quel gesto rischia di trasformarsi, agli occhi del pubblico, in un vero e proprio balletto imitabile, al pari di quanto accade nei generi pop più strutturati. Il confronto con altri mondi musicali rende ancora più evidente la lacuna della dance. Il funky, il country, e in generale i generi a forte matrice folk, posseggono scuole di ballo vere e proprie, tradizioni tramandate, un legame stretto con un territorio e una comunità. Anche l’hip-hop, pur nascendo da campionatori e giradischi evoluti più che da strumenti tradizionali, ha saputo costruire attorno al rap una cultura del movimento capace di diffondersi globalmente insieme alla musica stessa.

È in questo scenario di assenza cronica che si inserisce la rivoluzione imposta da TikTok. La piattaforma ha reso il balletto una componente quasi obbligatoria per la resa virale di un brano, spingendo artisti e produttori a concepire fin dall’inizio una gestualità replicabile, breve, memorizzabile in pochi secondi.

È un cambio di paradigma enorme: per la prima volta la coreografia non accompagna il successo del pezzo ma ne diventa condizione preliminare. In Italia, il caso più emblematico di questa nuova sensibilità è quello di Annalisa, capace di costruire attorno ai propri lavori discografici un ecosistema visivo completo, dove l’estetica grafica, l’immagine e la strategia comunicativa procedono di pari passo con la cura del movimento.

Il balletto costruito su una base fortemente ispirata all’EDM old school, con echi evidenti dell’hardcore anni novanta, dimostra come oggi la dance stia finalmente colmando quel vuoto coreografico che l’ha accompagnata fin dalle origini, riscoprendo attraverso i social un’urgenza fisica che il genere aveva sempre avuto, ma che raramente era riuscita a tradursi in un linguaggio del corpo condiviso e riconoscibile.

Resta un interrogativo aperto, quasi sociologico prima ancora che musicale: se la dance debba davvero conquistare una propria grammatica del movimento per completare la propria identità, o se la sua natura più autentica risieda proprio in questa libertà priva di codici fissi, che lascia a ogni ascoltatore la possibilità di inventare, di volta in volta, il proprio personalissimo modo di ballare.

Riccardo Sada

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