Te la ricordi la free tekno? Sada Says

Te la ricordi la free tekno?

Un campo arato ai confini della via Emilia, un generatore che tossisce diesel nella nebbia di fine inverno, un muro di casse accatastate come un totem pagano: è da un’immagine simile, ripetuta con variazioni minime da trent’anni a questa parte, che bisogna partire per capire cosa sia davvero il movimento Tekno.

Non un genere musicale (o non solo), non una sottocategoria della techno da club patinato con la maiuscola sbagliata per errore: una vera e propria infrastruttura culturale nomade, fondata sull’autogestione, sull’occupazione temporanea dello spazio e su un’etica del fare-da-sé che al confronto fa apparire il DIY delle etichette indipendenti un esercizio di marketing travestito da purezza.

La genealogia è nota a chi mastica la materia, meno al lettore occasionale: Castlemorton Common, 1992, quarantamila persone raccolte attorno ai sound system britannici, Spiral Tribe su tutti, in quello che il Regno Unito trasformò, con tempismo repressivo esemplare, nel Criminal Justice Act del 1994.

Una legge pensata per criminalizzare la musica caratterizzata da… ritmi ripetitivi: la definizione, se non fosse tragica nella sua ottusità, sarebbe comica. Da quella diaspora forzata nacque il cosiddetto nomadismo delle tribe, che attraversò la Manica per colonizzare Francia, Italia, l’Est Europa, portando con sé un apparato teorico tanto affascinante quanto, a parere di chi scrive, spesso frainteso: la Zona Autonoma Temporanea di Hakim Bey, concetto filosofico che molti citano e pochissimi hanno davvero letto.

Sul piano sociologico, il fenomeno della free tekno merita una lettura che vada oltre la cronaca degli sgomberi.

Il teknival funziona, in termini durkheimiani, come rito di effervescenza collettiva: un momento in cui la comunità si dissolve temporaneamente nelle strutture ordinarie, lavoro, famiglia, cittadinanza fiscale, per rifondarsi in un’entità provvisoria, autoregolata, sottratta al controllo sociale ufficiale. Non stupisce che gran parte della letteratura antropologica sui sound system inglesi ed europei insista sul concetto di comunità elettiva: legami scelti, non ereditati, costruiti attorno a un evento e non a un’appartenenza territoriale o familiare.

È una forma di socialità che il capitalismo delle piattaforme, con i suoi algoritmi di aggregazione basati su affinità di consumo, ha in qualche modo anticipato e insieme tradito, offrendo l’illusione della comunità senza il rischio, il fango e la clandestinità che la rendono autentica.

C’è poi una dimensione di classe che raramente viene esplicitata nei resoconti giornalistici mainstream, forse perché complica una narrazione altrimenti comoda.

Il free party nasce anche come risposta proletaria e sottoproletaria a una club culture che, già negli anni novanta, iniziava a stratificarsi per fasce di prezzo e dunque per fasce sociali: mentre i club pagavano la SIAE, buttafuori e affitti crescenti scaricandoli sul biglietto, il teknival restava (almeno in teoria) a costo zero, aperto a chiunque avesse un’auto o un passaggio.

Questa impostazione anticapitalista, spesso dichiarata esplicitamente nei manifesti dei collettivi storici, convive però con contraddizioni mai risolte: il generatore consuma gasolio, gli impianti costano, i sound system più strutturati hanno bisogno di risorse che qualcuno deve pur anticipare.

La retorica dell’assenza di mercato, insomma, va sempre maneggiata con un minimo di scetticismo critico.

Perché raccontare tutto questo, in un presente in cui la club culture ufficiale si è normalizzata fino a diventare voce di bilancio nei report di settore e in un futuro incerto, con festival da centinaia di migliaia di biglietti e cartelloni indistinguibili da un salone dell’automobile?

Perché il movimento Tekno rappresenta l’esatto rovescio di quel processo, e osservarlo da vicino aiuta a misurare quanto la club culture mainstream si sia allontanata dalle proprie stesse origini rivendicative. Il teknival non vende biglietti, non ha sponsor, non pubblica la line-up: si comunica per passaparola, si materializza dove le autorità non se lo aspettano, si smonta prima che intervenga la digos di turno (o dopo, con gli inevitabili scontri che i cronisti generalisti amano riassumere in due righe indignate, senza mai interrogarsi sulle cause strutturali di quello scontro).

Come andrà avanti la free tekno? Ci sono almeno tre scenari possibili per il futuro di questa cultura, ed è bene elencarli senza illusioni consolatorie.

Primo: la repressione capillare, già in atto in Francia e in Italia con normative sempre più mirate contro i rave (la legge italiana del 2022 contro i “raduni illegali”, varata con solerzia sorprendente da un governo appena insediato, ne è l’esempio più recente e istruttivo), finisce per prosciugare il fenomeno riducendolo a nicchia residuale, folklore per pochi irriducibili nostalgici di un’epoca che fu.

Secondo: una parziale istituzionalizzazione (vedasi certi teknival tollerati o addirittura negoziati con le amministrazioni locali, ndr) ne tradisce l’essenza insurrezionale trasformandolo in eventi culturali sussidiati, con tanto di patrocinio comunale (l’ironia, qui, si commenta da sola).

Terzo, il più probabile secondo chi scrive: una convivenza carsica, fatta di cicli di visibilità e clandestinità, in cui il movimento sopravvive proprio grazie alla sua capacità di rendersi temporaneamente invisibile, riemergendo altrove quando la pressione si allenta, in un gioco del gatto col topo che dura, non a caso, da oltre trent’anni.

Vale la pena ricordare che la documentazione seria su questo mondo esiste, ed è tutt’altro che marginale: dal racconto di prima mano di Harry Harrison, fondatore degli Spiral Tribe, al lavoro fotografico di Molly Macindoe che ha attraversato due decenni di free party europei, fino alle ricostruzioni italiane di Lapo Gresleri e Valerio Mattioli, quest’ultimo prezioso per collocare il fenomeno dentro la più ampia questione dell’occupazione degli spazi in un paese, il nostro, cronicamente ostile a qualunque forma di autonomia collettiva.

A questo si aggiunge un discreto corpus accademico, fatto di tesi di laurea in antropologia e sociologia depositate negli archivi universitari, che meriterebbe una circolazione ben più ampia di quella oggi confinata a poche biblioteche dipartimentali. Resta una domanda che vale la pena porre senza fornire risposte rassicuranti: quanto durerà ancora la distanza tra chi balla pagando quaranta euro un ingresso con drink incluso e chi balla gratis in un campo occupato sapendo che la notte potrebbe finire con un tavolino della questura? Immaginiamo che la risposta, come spesso accade in queste faccende, non la scriva un giornalista da tastiera comoda, ma la strada, o il campo arato, a tempo debito.

Riccardo Sada x Sada Says