Eric Terena e l’industria discografica di casa propria

Chi è Eric Terena? Tenete a mente questo nome.

Nella foresta amazzonica, quando la corrente elettrica arriva per tre o quattro ore al giorno, un aspirante producer registra un suono con il telefono e scrive a un amico: puoi alzarmi il pitch, rendermelo più squillante, farlo sembrare quattro voci insieme?

L’amico in questione si chiama Eric Marky Terena, è un dj brasiliano di origine indigena, e la scena qui descritta — raccontata in una recente intervista di Cristina Verán — vale, a parere di chi scrive, più di mille panel sulla “diversità nell’elettronica” organizzati nei festival europei con il catering a base di kombucha. 

Perché il punto, quando si parla di club culture e delle sue mitologie fondative, è sempre lo stesso: noi occidentali abbiamo trasformato l’accesso alla tecnologia in un dato di fatto, quasi un diritto acquisito, dimenticando che un mixer, un laptop con i plugin giusti, persino una connessione internet stabile sono infrastrutture, non equipaggiamento hobbistico. 

Terena lo dice senza retorica: per fare il dj professionista serve un computer e serve poterlo alimentare, condizione tutt’altro che scontata in comunità che vivono ai margini — geografici e politici — dello stato brasiliano.

La sua storia personale, però, interessa non come vicenda esotica da consumare con un certo compiaciuto stupore, bensì come caso di scuola su cosa significhi davvero, oggi, l’espressione “musica come strumento politico” — locuzione che il giornalismo di settore ha abusato fino a svuotarla di senso. 

Terena inizia mixando dischi ai matrimoni universitari, spinto da un amico di famiglia; un antropologo lo convince poi a produrre in proprio, nonostante lui giurasse di non saper cantare. 

Da lì nasce un metodo compositivo che definire “field recording applicato all’hip-hop elettronico” è già riduttivo: microfono in mano nella foresta, si registrano suoni ambientali e canti tradizionali, per poi lavorarli in studio con effetti che ne amplificano la potenza senza tradirne l’origine. Il risultato è un genere ibrido in cui il ritmo può essere elettronico o hip-hop, ma la frequenza, come la chiama lui stesso, resta indigena.

Ecco allora tre scenari che questa vicenda ci costringe a considerare, se vogliamo evitare l’ennesima operazione di feticismo culturale spacciata per apertura mentale. Primo: cosa significa, per un’etichetta o un festival europeo, includere artisti come Terena senza ridurli a decorazione world-music di un cartellone altrimenti indistinguibile da quello dell’anno prima? Secondo: quanto della narrativa dominante sulla “scena globale” ignora semplicemente che l’elettricità intermittente è un vincolo produttivo reale, non un dettaglio pittoresco? Terzo, e forse il più scomodo: quante realtà del clubbing occidentale, ossessionate dal lignaggio (Detroit, Chicago, Berlino, la solita liturgia), sarebbero disposte a riconoscere che la sperimentazione più radicale con la tecnologia sonora sta avvenendo altrove, in condizioni che noi definiremmo proibitive?

C’è poi la questione, tutt’altro che secondaria, del rapporto con l’industria discografica di casa propria. Terena è esplicito: se la tua musica denuncia questioni sociali, l’industria brasiliana preferisce ignorarti, quando non ti tratta apertamente come una minaccia. Non stupisce: è la stessa logica, solo con coordinate geografiche diverse, che in Italia relega certa musica politicamente scomoda ai margini dei palinsesti. La differenza è che Terena ha costruito, insieme ad altri media-maker indigeni, un network alternativo, Mídia Indígena, che ha quasi ottocento collaboratori.  

E’ un nework capace di fare comunicazione e informazione senza passare per i canali tradizionali. Una lezione di indipendenza produttiva che il mondo della club culture, spesso ancora dipendente da booking agency, major discografiche e algoritmi delle piattaforme, farebbe bene a studiare con più attenzione di quanta gliene dedichi solitamente.

Resta una domanda, che lasciamo volutamente senza risposta consolatoria: la club culture occidentale è davvero pronta ad ascoltare musiche che portano con sé un peso politico esplicito, oppure continuerà a preferire l’esotismo innocuo, quello che si balla senza capire le parole e, soprattutto, senza doversi interrogare su chi paga il conto della distruzione ambientale che rende possibile il nostro stile di vita?

(Riccardo Sada x Sada Says x AD!)