Qual è l respiro della cassa nel French Touch?
L’arrivo delle piattaforme di streaming e della normalizzazione in LUFS ha in parte ridisegnato questa corsa alla pressione sonora… Per questo, oggi molti mastering engineer tornano a privilegiare la dinamica sapendo che il volume verrà comunque livellato in riproduzione, un paradosso che sta lentamente riportando indietro le lancette dell’orologio, verso quella libertà dinamica che la French touch, con la sua ingenuità tecnica, aveva già intuito per puro istinto quando trasformò un limite hardware in una firma sonora rivoluzionaria.
Ma facciamo un viaggio tecnico nel suono che ha plasmato la dance music e compiamo un salto nel passato. Quando si parla di suono nella musica elettronica dance, si finisce sempre per parlare di compressione, e non è un caso, perché è proprio attraverso questo strumento che generi diversissimi tra loro hanno costruito la propria identità sonora, spesso partendo dagli stessi limiti tecnici per arrivare a risultati estetici opposti.
La French touch, resa celebre a metà anni Novanta da nomi come Daft Punk, Cassius e Motorbass, nasce da un’esigenza pratica più che da una visione artistica precisa, i produttori transalpini campionavano vecchi dischi funk e disco con macchine come l’E-mu SP-1200 o l’Akai MPC.
Erano strumenti che restituivano un suono granuloso e già saturo di armoniche, per far convivere questi loop con una cassa predominante che serviva domare le frequenze, ed è qui che entra in gioco il sidechain, la tecnica che collega l’ingresso del compressore posto sulla traccia del campione al segnale della grancassa, così a ogni colpo di kick il volume della musica si abbassa di scatto per poi risalire, generando quell’effetto di pompaggio, quel respiro ritmico che è diventato il marchio di fabbrica del genere…
Il respiro della cassa nel French Touch… qual è?
Un effetto spesso ottenuto con compressori economici ma nello stesso tempo unici e iconici come l’Alesis 3630, capaci di schiacciare il segnale regalando un suono compatto, pop, avvolgente. Tutt’altra storia per la techno di derivazione detroitiana e per certe correnti berlinesi, dove la dinamica viene preservata quasi come un dogma, il mix resta più asciutto, la compressione in master bus è leggera, spesso affidata a macchine analogiche come l’SSL G-Bus o il Distressor, non per schiacciare ma per amalgamare, lasciando che i transienti respirino e che il groove nasca dalla microtimbrica più che dalla pressione sonora.
Il respiro, sempre fondamentale nella dance…
La house, specialmente nelle sue declinazioni garage e disco house, riprende il concetto di sidechain della french touch ma lo ammorbidisce, l’attacco è più lento, il rilascio più naturale, il risultato è un pompaggio percepibile ma mai invasivo, funzionale al groove e non al volume percepito. Discorso diverso per la trance, dove la fase di preproduzione già prevede stack di supersaw stratificati su decine di voci, la produzione lavora per sottrazione di frequenze concorrenti tramite equalizzazione chirurgica, mentre in postproduzione il mastering diventa quasi un’arma, con catene di compressione multibanda e limiter spinti al massimo per ottenere quell’onda sonora piena, epica, che deve reggere il confronto con headliner da festival.
Ed è proprio nella dance da stadi e big room e da mainstage che si consuma la battaglia più feroce della cosiddetta loudness war, dove ogni traccia deve suonare più forte di quella precedente in scaletta, i limiter brickwall vengono spinti fino a cancellare quasi ogni dinamica residua, la forma d’onda si trasforma in un blocco compatto, e la percezione di potenza sostituisce quella di profondità.
Drum and bass e dubstep affrontano invece un problema diverso, quello del sub. Qui la compressione multibanda serve a domare frequenze bassissime senza far collassare il resto dello spettro, spesso si lavora in parallelo, comprimendo una copia del segnale e mixandola con l’originale per ottenere potenza senza sacrificare la trasparenza.
Riccardo Sada x Sada Says x AD!