I synth degli anni ’70 hanno segnato un’epoca. E plasmato la fantascienza.
Se pensiamo alle colonne sonore della fantascienza realizzate con i sintetizzatori, la mente corre subito agli anni ’80, con capolavori come “Blade Runner” e l’avvento del MIDI. Ma la rivoluzione era già iniziata nel decennio precedente, quando pionieri come John Carpenter e Wendy Carlos trasformarono queste macchine sonore in veicoli di emozioni futuristiche.
Negli anni ’70 i synth erano ancora una novità assoluta, e il loro suono alieno, quasi perturbante, si sposava perfettamente con narrazioni distopiche e viaggi interstellari. Prendiamo “Dark Star” (1974), il primo film di Carpenter, una parodia di “2001: Odissea nello spazio” con una colonna sonora interamente registrata in quattro ore usando un EMS VCS3. Carpenter, sempre attento al budget, sfruttò quel sintetizzatore modulare per creare atmosfere che ricordavano i classici anni ’50, ma con un tocco più ironico. Pochi anni dopo, avrebbe usato lo stesso approccio minimalista per comporre il tema di “Halloween”, dimostrando che un synth poteva essere tanto evocativo quanto un’intera orchestra.
I synth degli anni ’70 hanno davvero cambiato la storia del cinema
Jerry Goldsmith, invece, scelse l’ARP 2500 per “Logan’s Run” (1976), alternando passaggi sinfonici a sperimentazioni modulari per contrapporre la fredda artificialità della città chiusa alla libertà della natura. L’ARP 2500, con la sua matrice a pin invece dei cavi, generava sequenze ipnotiche che sembravano uscite da un disco della Nonesuch. Goldsmith era un maestro nel fondere avanguardia e tradizione, come dimostrano anche “Incontri ravvicinati del terzo tipo” (1977), dove l’ARP 2500 diventa addirittura un personaggio: nella scena più iconica, il tecnico Phil Dodds (vero vicepresidente della ARP) suona i cinque toni che comunicano con gli alieni, anche se, in realtà, quella melodia fu eseguita con un clarinetto. Una curiosità che non sminuisce il mito di uno strumento che ha ispirato generazioni di musicisti, da Eliane Radigue agli Who.
E poi c’è Wendy Carlos, che con il suo Moog modulare rivoluzionò la percezione della musica elettronica. In “Arancia meccanica” (1971), Kubrick le affidò il compito di rielaborare Beethoven con un vocoder custom, uno dei primi mai utilizzati. Il risultato, “March From A Clockwork Orange”, fu una folgorazione: un coro sintetico che sembrava provenire da un altro mondo. Carlos, già celebre per “Switched-On Bach”, dimostrò che i synth potevano essere tanto sofisticati quanto un’orchestra barocca.
Lo stesso approccio visionario lo ritroviamo in “Solaris” (1972), dove Eduard Artemyev utilizzò l’ANS, un sintetizzatore fotoelettrico sovietico che generava suoni disegnando sulla luce. Un’apparizione fugace ma indimenticabile, come quella dell’EMS VCS3 in “Phase IV” (1974), colonna sonora psichedelica firmata da Brian Gascoigne e David Vorhaus, tra drone ipnotici e orchestre filtrate.
I synth degli anni ’70 accomunano esperienze artistiche diverse
Quello che accomuna queste esperienze è la volontà di esplorare l’ignoto, di usare i synth non come semplici sostituti degli strumenti tradizionali, ma come porte verso universi sonori inesplorati. Oggi, con l’avvento del digitale, quei suoni possono sembrare rudimentali, ma è proprio quella imperfezione, quella ricerca artigianale, a renderli ancora così affascinanti. Perché, in fondo, la fantascienza migliore è quella che ci ricorda quanto sia umano sognare l’impossibile.
(Riccardo Sada x Sada Says X AD!)