I social sono la nostra vita sociale, anche quando c’è un lutto

Lutto e dintorni. Si può fare un post quando se ne va una persona che non è a noi vicinissima? Visto che sui social la parola morte è addirittura bannata e visto che si lavora nell’intrattenimento, quando muore un DJ che bisogna fare?

Ecco il testo di un mio post su Instagram

Se ne va a soli 43 anni Andrea Paci, DJ toscano, un riferimento in Versilia. Dire qualcosa di intelligente in questo caso è dura, anzi impossibile. Per cui taccio. Dico solo una banalità: noi che lavoriamo anche o soprattutto nel divertimento, in questi lavori ‘creativi’ (o cretini), viviamo di leggerezza. Perché la leggerezza conta, soprattutto se la regali. Poi però siamo come tutti gli altri, anzi più fragili. Non basta un sorriso per nascondersi. Ciao Andrea, fai buon viaggio.

Ho conosciuto Andrea Paci sia pure non bene e non sapevo stesse male. La cosa mi ha colpito. Non era un mio amico ma un collega che stimavo molto.

Per questo, quando ho visto un post su Il Tirreno, ho fatto anche io un post sulla pagina Instagram di Alladiscoteca che è piuttosto seguita dagli addetti ia lavori. Avevo appena fatto un altro post su un cosa che promuovo e quindi il post su Andrea ha ‘danneggiato’ il mio lavoro. Sotto il post hanno cliccato in tanti, molti più che sui miei post perché ormai i lutti si celebrano anche sui social. I social sono anche la nostra vita sociale vera.

Il mio post a qualcuno non è paciuto. Non mi importa.


Non mi sento affatto uno sciacallo. E non lo sono neppure tanti giornalisti. Le persone si vogliono informare. Il vero dolore è quello di amici e familiari, certo, ma c’è vicinanza anche in chi legge e scrive. Da parte mia, anche commozione. Un po’ di commozione. Certo. Commozione è un parola che dovrebbe dire muoversi verso qualcosa. La morte accomuna anche noi del circo del divertimento. Siamo più fragili.
Non mi piace chi si commuove troppo per la morte delle celebrità. Non sono amici nostri. Manco conoscenze. Ma in parte sbaglio. Tanti anni di comunicazione, studi e lavoro (spesso inutile) nello show biz mi hanno indurito.

Se una persona non ha altro che un idolo lontano per ridere, commuoversi e poi piangere, va bene. Meglio avere un idolo lontano che non avere niente. Dobbiamo però sapere che i social sono un po’ sociali ma sono un media, un mezzo, una cosa che mentre ci fa comunicare in realtà ci divide pure. E non lo sappiamo.

I social sono anche come le bacheche che ci sono in giro per i paesi del sud e in qualche agenzia funebre al Nord, dove si celebra chi se ne va con una foto e le solite info.
Senz’altro chi piange, soprattutto da lontano, lo fa prima di tutto per sé. Ma non si piange da sciacalli.

Il dolore, il lutto non è solo per la morte di una persona davvero cara. Quando morì mio zio comandante Alitalia a soli 55 anni al funerale vennero 50 comandanti in divisa, molti dei quali lo conoscevano solo di vista e giustamente scherzavano tra loro. A mia nonna la loro presenza fece piacere. E un articolo di giornale che a me sembrava una pagliacciata (lavoraravo già nei giornali) piacque a mio padre che celebrò così la morte del fratello.

(Lorenzo Tiezzi)