Lorenzo Magnozzi: la musica prima dell’immagine

Lorenzo Magnozzi: la musica prima dell’immagine

DJ, producer e sound designer, Lorenzo Magnozzi, 33 anni, originario di Pisa e oggi a Milano, è una figura solida della scena elettronica italiana.

Tra analogico, ricerca sonora e cultura del club, il suo lavoro si muove tra studio, console e produzioni audiovisive, con un approccio rigoroso e lontano dalle logiche dell’apparenza.

Lorenzo, sei più DJ o producer?
«Un mix, ma sono due mondi molto diversi. Li accomuna una ricerca quasi maniacale e nerd del suono. Per quanto mi riguarda ho un workflow e un setup mentale molto differenti quando affronto i due ruoli. Non c’è stato un momento preciso che mi ha spinto verso la musica: è lei che ha scelto me, e io l’ho seguita.»

Com’è il tuo setup in studio? E cosa cambia rispetto al club?
«In studio lavoro molto con l’analogico: drum machine, sintetizzatori, suono vintage, tastiere. Uso spesso 909, 808, 707, Dave Smith, Roland Super JV, Korg Monopoly e MS-20. La parte più importante sono le catene di mix, costruite negli anni tra equalizzazione, stereofonia e compressione. Uso molto A.P.I. e Manley Variable MU. In console cambia tutto: lì conta l’energia e la capacità di costruire un viaggio.»

Come definiresti oggi il tuo sound?
«È il risultato di anni di ricerca, sia online che soprattutto nei negozi di dischi che ho girato. Nei miei set e nelle produzioni i miei generi spaziano dall’house alla techno, passando per deep, breakbeat, disco, synth-pop, minimal, microhouse, electro, acid, new beat, progressive e techno, creando ambienti dove la realtà prova a superare l’immaginazione. L’obiettivo è sempre creare un flusso coerente, un viaggio.»

Ti senti più a tuo agio davanti alla camera o dietro le quinte?
«Dietro le quinte. Sono una persona riservata, preferisco lavorare e apparire poco. L’unico momento in cui mi espongo davvero è in console, ma spero sempre che l’attenzione resti sulla musica.»

Oltre alla musica lavori anche nel sound design. Quanto è importante questo lato?
«Molto. Lavoro su film, documentari e pubblicità, anche con brand di moda, design e automotive. Un progetto a cui tengo è il videoclip di “Covid Soup”, realizzato da Cri (Kri:.Mi), e uscito su Bosconi Records. Sto anche sviluppando un nuovo alias, DJ BIGZI, con cui ho prodotto molta musica pop che spazia da hip hop e trap all’elettronica più mainstream, passando per reggae, R&B e altro, con videoclip e contenuti di alto livello e collaborazioni con cantanti. Ma per ora resta ancora abbastanza segreto.»

Che rapporto hai con i social?
«Non è il mio punto forte. Non ho il mindset da content creator. Aggiorno il necessario, ma preferisco concentrarmi sul lavoro e sulla vita reale. Spesso sono gli altri a riprendermi durante i set — anche se raramente nel momento giusto» (ride).

Ci sono collaborazioni che ti hanno segnato particolarmente?
«Ho lavorato con molti videomaker e artisti visivi. So stare davanti alla camera: quando inizio a parlare di musica è difficile fermarmi. Ho insegnato sound design per tre anni all’Accademia di Belle Arti di Pisa e ho prodotto un documentario premiato al Festival del Cinema di Roma con Marco Farmalli. Tra i nomi che stimo di più ci sono Tommaso Rinaldi e Ruggero “Lupo” Mengoni.»

Come gestisci la pressione tra studio e live?
«Con l’esperienza: suono da quando avevo 15 anni. Conta la preparazione, ma anche la sanità mentale, che oggi è fondamentale.»

Oggi conta di più la musica o l’immagine?
«La musica. Sempre. Se sparissero social e follower, resterebbero solo i dischi. Ed è quello che conta davvero.»

Stai lavorando a nuovi progetti?
«Sì, DJ BIGZI e un rebranding importante di Introspection Recordings, la mia label attiva dal 2015. Sempre con lo stesso approccio: ricerca e visione.»

Essenziale, coerente e profondamente legato alla sostanza, Lorenzo Magnozzi porta avanti una visione chiara: in un mondo dominato dall’immagine, è ancora la musica a fare la differenza. E nel suo caso, è proprio lì che tutto continua a prendere forma.

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