Madonna, Confessions II: fare le cose bene è già scandalo

Confessions II c’entra con il primo Confessions? Sì, ma non dove cercano tutti. Non nello stile, non nella sorpresa storica, non nella rivoluzione: quella è roba del 2005. C’entra nella manifattura. Nella pasta. Nel modo in cui Stuart Price prende sample, citazioni, club culture, nostalgia e mestiere e li rimaneggia come se avesse ancora vent’anni di vantaggio sugli altri.

Il disco parte dall’estetica: Madonna non vende canzoni, ma un sistema visivo. Copertine, pose, colori, oggetti fisici, vinili, CD, edizioni multiple: tutto dice controllo, sacralità da club, lusso pop. Il brand è lei. Il volto è il logo. Il disco è il pretesto.

Poi arriva I Feel So Free e non comincia con Madonna, ma con Lil Louis. “It all started like this” non è una frase buttata lì: è French Kiss che apre la porta. La house come padre nobile, non come arredamento vintage. Il pezzo sta tra house e techno, poi respira, si svuota, quasi diventa mezzo tempo. Erotismo, identità, maschera: “creare una nuova persona” è manifesto, non una confessione da diario.

One Step Away unisce una struttura techno a un cantato dichiaratamente pop, richiamando la Madonna di fine anni Novanta e inizio Duemila. Bring Your Love è il vertice pop del disco: Good Life degli Inner City è una citazione facile, ma Stuart Price la rimette in circolo con mestiere, un crescendo efficace e due voci che trovano subito equilibrio. Danceteria non è una nuova Vogue, ma ne recupera postura, intercalare e spirito, intrecciando Lou Reed e il racconto di Mark Kamins. Read My Lips è il brano che più ricorda la Madonna del periodo 1998-2008, con il reggaetón che si innesta su una cassa in quattro senza perdere identità. Everything respira l’energia supersonica di un brano come Ray of Light. Love Sensation è la controparte più sfrontata di Bring Your Love: una house che venticinque anni fa molti dj avrebbero cercato sul lato B di un vinile. School è la traccia più orientata ai club, già predisposta a una lunga vita fatta di remix. Il duetto con Stromae, infine, non ha la postura del singolo, ma conferma la cura con cui è costruito il disco.

La parte finale abbassa i BPM senza abbassare l’ambizione. Tra Fragile, Betrayal e The Test, Madonna interrompe il set e tira le somme di una vita. È il contrappeso emotivo di un disco che, altrimenti, rischierebbe di vivere solo di pista.

Chiamarlo Confessions II è marketing nel marketing. In realtà è un nuovo lavoro di Madonna costruito da Stuart Price come quando i dischi erano ancora dischi. E oggi questa cura è già scandalo. Pretendere un’altra rivoluzione da Madonna è comodo. Più difficile ammettere che il problema, nel 2026, non è lei. È l’Occidente: una cultura sempre più fragile, sempre meno capace di creare profondità, immaginario e valore. La musica è soltanto uno dei sintomi.

La provocazione vera? Madonna non deve più inventare nulla. Ha già vinto. Ora le basta ricordare agli altri come si costruisce un disco pop quando non si lavora da stagisti dell’algoritmo a tempo indeterminato.

Leonardo Filomeno x AD