Ricky Sada Riccardo

Perché il bpm hard è la rovina e la rinascita della musica dance

Il bpm come rovina e come resurrezione della dance? Mai come oggi la domanda merita di essere posta senza reticenze. Il bpm è condizione necessaria ma non sufficiente, è la pulsazione, non la partitura. Resta l’immagine più efficace, quella del battito cardiaco: il bpm come bacchetta del direttore d’orchestra, misura di tutto ciò che accelera o rallenta attorno a essa. Distrugge generi, ne genera altri, li ibrida senza chiedere permesso. Provocazione? Nemmeno per idea: è, semplicemente, la legge fisica sotto cui la dance music ha sempre vissuto, spesso senza saperlo.

Aver dedicato un’attenzione quasi maniacale, da esploratori più che da semplice ascoltatori, è fondamentale. Perché la questione non è tecnica, o meglio: lo è solo in apparenza. Se si accelera o si rallenta un brano, il genere di appartenenza non dovrebbe mutare, e questa è la teoria. La pratica tuttavia  racconta una storia diversa e assai più interessante. Prendiamo la drum and bass: nasce, come è noto, dall’accelerazione spinta di campioni breakbeat provenienti dal rhythm and blues, quell’effetto “chipmunk” che i pionieri britannici trasformarono in linguaggio autonomo. Non è un caso che l’esasperazione ritmica abbia attecchito proprio nei paesi freddi, Inghilterra, Olanda, tutto il blocco settentrionale, dove il battito accelerato pare rispondere a un’urgenza climatica prima ancora che culturale. Nelle zone calde, al contrario, il bpm tende a restare moderato, quasi che il corpo, già sollecitato dal clima, non necessiti di ulteriori spinte.

Ma ecco il controcanto, la smentita che a parere di chi scrive rende la faccenda davvero affascinante: il trip hop nasce dal movimento opposto, dalla decelerazione. Un disco soul o rhythm and blues suonato a velocità ridotta produce quell’atmosfera sospesa, quasi acquatica, che ha reso Bristol capitale di un intero immaginario, come Tricky, Portishead, Massive Attack, per citare i nomi che chiunque si aspetterebbe. Stesso principio, direzione contraria, risultato altrettanto seminale. Il che dovrebbe insegnarci una cosa: il bpm non è un dettaglio tecnico da ingegneri del suono, è la materia prima di cui sono fatte le mutazioni di genere.

Terzo caso, non meno significativo: la garage house americana che, riportata oltreoceano e accelerata, rinasce come UK garage, genera la speed garage, sfocia infine nel two-step. Un intero movimento costruito sull’aumento dei giri. Viene da chiedersi, a questo punto, se il bpm non sia in fondo una carogna nel senso più affettuoso del termine: quella variabile che tutto muove e nulla lascia fermo. Una considerazione personale, che chi scrive avanza con la cautela dovuta alle generalizzazioni: sembra esistere una corrispondenza tra bpm e generazioni, quasi un’evoluzione anagrafica del battito. Gli ascoltatori più maturi paiono orientarsi su ritmiche più distese, i giovani reclamano velocità, tensione, accelerazione continua. Certo, esistono le eccezioni, l’anziano appassionato di hard techno esiste, e come, ma restano rondini che non fanno primavera, per usare un’immagine forse abusata ma qui pertinente.

Andrebbe inoltre indagato quanto il pitch adjust dei player, dei cdj e dei giradischi professionali abbia democratizzato questa manipolazione, rendendola gesto quotidiano del dj piuttosto che scelta compositiva originaria. Immaginiamo che senza quel controllo a portata di fader molte delle mutazioni genealogiche qui descritte non sarebbero mai avvenute, o sarebbero rimaste accidenti di studio anziché diventare movimenti. Vale la pena riportare l’osservazione di un amico torinese, The NextOne, b-boy e dj hip-hop di lungo corso che frequenta molto le consolle: il vero discorso, diceva, è di incastro. Due generi possono condividere lo stesso identico bpm e risultare comunque incompatibili, costruiti su logiche ritmiche inconciliabili; altri, distanti in apparenza, si incastrano perfettamente.

Riccardo Sada x Sada Says x AD!