C’è confusione (nella musica), ci dice il nostro Riccardo Sada
Viviamo immersi in un equivoco colossale che attraversa il nostro tempo come un fiume carsico. Riemergendo continuamente nelle conversazioni quotidiane, nelle recensioni online (che noia), nei dibattiti accademici (idem) e persino nelle strategie delle major: la sistematica confusione tra musica e discografia. Non si tratta di una semplice imprecisione terminologica, di una di quelle sviste linguistiche che si possono liquidare con un’alzata di spalle. Questa confusione rappresenta una distorsione profonda del nostro rapporto con l’arte sonora, un fraintendimento che svuota di significato l’esperienza musicale autentica riducendola a merce catalogabile, archiviabile, riproducibile. È come confondere l’amore con il sesso, per usare una metafora con cui rendo spesso immediatamente l’idea della sproporzione in gioco.
C’è confusione (nella musica), ma l’amore è sentimento, abbandono, costruzione quotidiana di intimità, progetto esistenziale che si snoda nel tempo con le sue crisi e le sue epifanie.
Il sesso può esserne una manifestazione, certo, una componente importante, ma ridurre l’uno all’altro significa impoverire drammaticamente entrambe le dimensioni. Allo stesso modo la musica è vibrazione nell’aria, presenza fisica del suono che si propaga nello spazio, incontro irripetibile tra l’esecutore e l’ascoltatore, mentre la discografia ne rappresenta soltanto la traccia fossile, l’impronta lasciata su un supporto che può essere vinile, nastro magnetico, compact disc o file digitale.
La discografia è documentazione, è testimonianza, è la possibilità di riascoltare qualcosa che per sua natura sarebbe destinato a dissolversi nell’istante stesso in cui viene prodotto. Ma scambiare questa testimonianza con l’evento originario significa perdere di vista l’essenza stessa del fenomeno musicale. Ogni volta che operiamo questa confusione stiamo in realtà confondendo la causa con l’effetto, il generatore con il generato, la sorgente luminosa con l’ombra che proietta sulla parete. La musica è causa, energia primaria che si manifesta attraverso l’atto performativo, mentre la discografia ne è l’effetto, il residuo che resta quando quell’energia si è esaurita e l’ultimo riverbero si è spento nella sala da concerto.
Pensateci un attimo: quando ascoltiamo un disco cosa stiamo davvero esperendo? Stiamo fruendo di una riproduzione meccanica di onde sonore precedentemente catturate da microfoni, elaborate attraverso mixer e compressori, montate, corrette, equalizzate, masterizzate. Stiamo ascoltando una costruzione, un manufatto che può essere straordinariamente raffinato e commovente, ma che rimane comunque un artefatto tecnologico, una rappresentazione mediata dell’evento musicale. La differenza non è irrilevante. Chi ha assistito a un concerto dal vivo sa perfettamente che cosa significhi sentire la musica propagarsi nello spazio fisico, avvertire le vibrazioni delle frequenze basse attraverso il corpo, cogliere le impercettibili esitazioni dell’esecutore, le piccole imperfezioni che rendono ogni esecuzione unica e irripetibile. Sa cosa vuol dire condividere quello spazio con altre persone, respirare la stessa aria carica di aspettativa e di emozione, partecipare a quel rito collettivo che è il concerto.
Bene, tutto questo nella discografia semplicemente non esiste, o esiste solo come pallido fantasma, come eco lontana. Eppure la nostra epoca ha completamente rovesciato la gerarchia. Per la maggior parte delle persone la musica coincide con la propria collezione di file mp3, con le playlist di Spotify, con la frenesia di Suno, i vinili esposti come feticci sulle mensole del salotto. La discografia è diventata la realtà primaria mentre il concerto dal vivo è relegato al rango di evento occasionale, quasi un lusso da concedersi quando l’artista preferito passa in tournée nella propria città.
Questa inversione non è neutra, porta con sé conseguenze devastanti sul modo in cui concepiamo, produciamo e consumiamo la musica. Se la discografia è tutto, allora la perfezione tecnica diventa l’unico parametro di valutazione. Se il disco rappresenta la forma definitiva dell’opera musicale allora ogni imperfezione deve essere cancellata, ogni nota stonata corretta con l’autotune, ogni battuta fuori tempo allineata alla griglia del sequencer. Il risultato è quella patina di artificiosità che caratterizza tanta produzione contemporanea, quella sensazione di… asetticità che trasmettono certi dischi tecnicamente ineccepibili ma privi di anima.
La musica invece vive di errori, di sbavature, di quell’imprevedibilità che è la firma dell’umano. Vive del rischio insito in ogni performance dal vivo, della possibilità sempre presente di fallire o di raggiungere vette inaspettate. La discografia congela, mummifica, preserva. La musica scorre, sfugge, si rinnova ogni volta. Confondere l’una con l’altra significa rinunciare alla dimensione più autentica e vitale dell’esperienza sonora, accontentarsi del simulacro invece di cercare la presenza. Significa accettare passivamente che il mercato e la tecnologia ridefiniscano che cosa significhi fare e ascoltare musica, senza interrogarsi sulle perdite che questo processo comporta.
Recuperare la distinzione tra musica e discografia non è nostalgia per un passato idealizzato, ma la necessità di preservare uno spazio per l’esperienza diretta, non mediata, della creazione artistica. Uno spazio dove la causa torni a essere riconosciuta come tale e l’effetto venga apprezzato per quello che è: una traccia preziosa ma parziale di qualcosa di più grande, più vivo, più sfuggente. Solo mantenendo viva questa consapevolezza possiamo sperare di resistere all’appiattimento che minaccia la nostra percezione estetica. Dobbiamo continuare a cercare nella musica quella dimensione di verità e autenticità che nessuna tecnologia potrà mai catturare, replicare, clonare e vomitare interamente.
(Riccardo Sada X Sada Says X AD!)