Ricky Sada Riccardo

L’EDM non è mai esistita, Sada Says

L’EDM non è mai esistita davvero. O meglio, è esistita come categoria commerciale, come etichetta da apporre su una scatola da vendere ai festival, come acronimo comodo per convincere i booking agent, i brand e i ragazzi in maglietta senza maniche che stava succedendo qualcosa di nuovo e rivoluzionario.

NB: per EDM Sada non intende, credo tutta la musica da ballo elettronica “all’americana”, ovvero tutta l’electronic dance music. Intende il fenomeno dei top dj stile Martin Garrix o Dimitri Vegas & Like Mike, la musica ‘da festival’ stile Tomorrowland. Il festival resiste e cresce come contenitore di divertimento, poco musicale, probabilmente.

Ma come movimento artistico autentico, come linguaggio con una sua grammatica interna, come corrente capace di lasciare qualcosa di duraturo nella storia della musica elettronica? No. L’EDM non è mai esistita. Era una costruzione, e come tutte le costruzioni mal progettate, è crollata sotto il proprio peso prima ancora che qualcuno si accorgesse che stava cedendo.

Un decennio abbondante in cui la big room da festival ha occupato palchi enormi, ha mosso cifre enormi, ha generato cachet enormi, senza mai produrre nulla che potesse sopravvivere all’estate in cui era uscito. Era musica progettata per le 23:47 di un sabato sera sotto un palco con centomila persone, con il drop calibrato al millisecondo per far esplodere la folla nel momento esatto in cui l’adrenalina era al massimo. Funzionale, precisa, ingegnerizzata. Ma l’ingegneria non è arte, e un drop perfetto non è una canzone. La fine, se di fine si vuole parlare, è arrivata in modo quasi beffardo.

KFC, Kentucky Fried Music, non il pollo, ha contribuito a seppellire il genere poco prima che i lockdown intercontinentali chiudessero i festival e con essi l’unico habitat naturale in cui quella musica aveva senso di esistere. Senza il palco, senza la folla, senza i visuals, senza la progressione rituale che portava al drop liberatorio, l’EDM rivelava tutta la sua nudità. Ascoltata a casa, da soli, con le cuffie, era quasi incomprensibile.

L’EDM non è mai esistita, dicevamo.

Non aveva niente da dire a un essere umano in stato di quiete. Era musica che funzionava solo con il contesto, e togliendo il contesto rimaneva soltanto rumore strutturato. Ma il problema vero non è la morte dell’EDM. Il problema è quello che viene dopo, o meglio quello che si pretende venga dopo. Perché l’industria non ammette il vuoto. L’industria riempie sempre, immediatamente, con qualcosa di nuovo da propinare, qualcosa di fresco da piazzare nelle playlist, qualcosa con un nome abbastanza esotico da sembrare interessante e abbastanza vago da permettere a chiunque di rivendicarne la paternità. E così arrivano gli acronimi nuovi, i micro-generi nuovi, le sotto-categorie nuove. Slap house. Brazilian bass. Bass house.

Nomi che suonano come variazioni su un tema già sentito, come tentativi di ristrutturare un edificio che andrebbe abbattuto e ricostruito dalle fondamenta. Un acronimo affossa un altro acronimo, e i posteri, quei coraggiosi divulgatori che si fanno carico di spiegare al mondo le differenze tra una slap house e una bass house, che scrivono thread infiniti su Reddit e YouTube per tracciare genealogie di genere che nessuno ha mai chiesto, saranno i responsabili del prossimo propinamento.

Loro, con la loro buona volontà enciclopedica e la loro passione per la tassonomia musicale, contribuiranno involontariamente a dare dignità e longevità artificiale a qualcosa che nella migliore delle ipotesi è una moda passeggera e nella peggiore è l’ennesimo prodotto di un’industria che non sa più fare musica ma sa benissimo fare marketing. Il punto non è che la musica da club sia morta, o che la musica elettronica non abbia futuro. Al contrario. La musica elettronica ha una storia lunghissima, profonda, piena di visione e coraggio, dai pionieri di Detroit e Chicago fino alle avanguardie europee, passando per tutto quello che nel tempo ha spostato i confini del possibile senza chiedere il permesso a nessun festival promoter.

Il punto è che l’EDM era qualcosa di fondamentalmente diverso da quella tradizione. Era la versione sanitizzata, globalizzata e de-politicizzata di una cultura che originariamente aveva radici precise, aveva urgenza sociale, aveva qualcosa da dire su chi erano le persone che la producevano e la abitavano. L’EDM aveva cancellato tutto quello. Aveva preso il guscio e buttato via il contenuto, e poi aveva venduto il guscio a prezzo pieno, con headliner a sei cifre e sponsor energetici. Che sia morta, o quasi, è quindi una notizia fondamentalmente buona. Il problema è che lo spazio lasciato vuoto rischia di essere riempito da qualcosa di altrettanto vuoto, solo con un nome diverso e un bpm leggermente aggiustato.

La slap house non salverà nessuno. La Brazilian bass non aprirà nessuna porta che non sia già stata aperta vent’anni fa da qualcuno che probabilmente non è mai stato sul palco del main stage di nessun festival. E la bass house, nella migliore delle ipotesi, è una nota a piè di pagina in attesa di trovare il suo paragrafo. Quel che manca non è un nuovo sotto-genere. Quel che manca è la volontà di fare un passo indietro, di ascoltare davvero quello che è venuto prima, di capire perché certa musica aveva un’anima e certa altra no, e di ripartire da lì con onestà. Non con un acronimo. Non con una campagna di marketing. Con un’idea, che è la cosa più rara e più necessaria che esista in qualsiasi ambito umano. E in musica più che altrove.

Riccardo Sada x Sada Says x AD!