Collab, zio?
Alla fine, la domanda è semplice: perché così tanti featuring, così tante collaborazioni, così tanti album che sembrano condomini abitati da inquilini diversi piuttosto che case con un padrone di casa riconoscibile? La risposta, altrettanto semplice, è che molti artisti oggi sono artisti incompleti. Sono il 33% di un’idea, il 50% di una visione, frammenti di qualcosa che non riesce a stare in piedi da solo. E allora si sommano. Si stratificano. Si mettono insieme pezzi diversi sperando che il totale faccia cento, sperando che la somma di più mediocrità, o comunque di più incompiutezze, produca finalmente qualcosa di intero, qualcosa di definitivo, qualcosa che assomigli a un artista vero.
E quindi, collab, zio?
Probabilmente nella testa dei produttori e dei discografici esiste una sorta di equazione: se A vale 40 e B vale 35 e C vale 25, mettili insieme e hai il tuo artista completo. Il tuo prodotto finito. Il tuo cento su cento da mandare in radio, in streaming, sui social, ovunque ci sia un orecchio disponibile. Il problema è che l’arte non funziona così. Non è aritmetica. Non si somma. Un capolavoro non nasce dall’addizione di mediocrità parziali, e una personalità artistica autentica non si costruisce per assembramento.
Ma la logica industriale è un’altra. La logica industriale ragiona per target, per segmenti di pubblico, per copertura del mercato. Se metti insieme un artista trap, uno pop e uno urban, stai teoricamente raggiungendo tre fanbase diverse con un unico prodotto. È efficiente. È scalabile. È esattamente il tipo di pensiero che trasforma la musica in una campagna pubblicitaria e gli artisti in testimonial di sé stessi. E qui emerge il secondo problema, forse ancora più grave del primo: il contagio cognitivo. Se tutti fanno featuring, anch’io devo fare featuring. Se tutti escono con un album-collettivo, anch’io devo aprire le porte del mio progetto a più voci possibili. Non perché io lo senta necessario, non perché la mia musica lo richieda, non perché ci sia una ragione artistica dietro, ma semplicemente perché lo fanno tutti e quindi deve esserci un motivo, e quel motivo probabilmente funziona, e quindi conviene adeguarsi. È la morte del pensiero autonomo.
E quindi, collab, zio?
È il momento in cui smetti di usare la tua testa e inizi a usare la testa del tuo produttore, del tuo manager, del tuo consulente di immagine, dell’amico che conosce le dinamiche del mercato meglio di te. Il risultato è una musica che non viene da nessun posto preciso, perché è stata pensata da troppe persone contemporaneamente, e ciò che appartiene a tutti non appartiene a nessuno. C’è poi la questione della quantità, che si intreccia pericolosamente con quella della qualità. Viviamo già in un regime di sovrapproduzione musicale senza precedenti. Le piattaforme di streaming ospitano decine di migliaia di nuovi brani ogni giorno.
L’attenzione è una risorsa scarsa, il tempo di ascolto è limitato, la competizione è globale e permanente. In questo contesto, la risposta dell’industria non è stata rallentare e puntare sulla profondità, ma accelerare ulteriormente. Buttare fuori più cose possibili. Più featuring, più EP, più singoli, più contenuti, più collaborazioni, più rumore. Come se il volume potesse compensare la mancanza di sostanza. Come se la quantità potesse fare quello che la qualità non riesce più a fare.
Il caos non si batte con altro caos. Si batte con il silenzio, un certo rumore, o almeno con qualcosa che assomigli alla chiarezza. Un artista con una voce precisa, un’identità definita, un punto di vista riconoscibile, taglia il caos molto meglio di un album con quindici ospiti e venti produttori. Il problema è che costruire quella voce richiede tempo, isolamento creativo, coraggio di stare soli con le proprie idee, disponibilità a sbagliare in modo personale piuttosto che avere successo in modo anonimo.
E quindi, collab, zio?
Quello che stiamo vivendo nel music business è la versione sonora dell’infodemia: un eccesso di stimoli che non informa, non nutre, non lascia traccia. Si consuma e si dimentica nell’arco di un algoritmo. E la cosa più preoccupante non è che questo stia accadendo adesso, ma che potrebbe diventare il modello di riferimento per le generazioni che vengono, quelle che stanno imparando il mestiere guardando questo sistema e credendo che sia normale, che sia giusto, che sia l’unico modo possibile di fare musica. Non lo è. Non dovrebbe esserlo. Ma per dirlo ad alta voce bisogna avere la lucidità di uscire dal coro — e paradossalmente, anche il coraggio di farlo da soli.