Prima di iniziare, se ti va, leggi, pure Capriati, Luciano e la disco della memoria e TikTok, Spotify e l’Occidente in replay permanente. Ti aiuterà a comprendere meglio le riflessioni sviluppate nell’articolo che segue.
Forse il punto di rottura non è musicale. Forse è storico. L’11 settembre 2001 non cambia subito il suono del mondo, ma ne cambia l’umore. Il futuro resta lì, però si incupisce. Albertino lo ha raccontato più volte, anche a chi scrive: tra fine anni Novanta e primi Duemila qualcosa smette di essere davvero stimolante. Cambia il clima. Non soltanto nelle classifiche.
A un certo punto la dance aveva smesso di essere allegra ma non di essere viva. Benny B., Chicken Lips, Dino Lenny & Andrea Doria, Trentemøller, Paul Woolford, Tiefschwarz, Tiga. Tra il 2002 e il 2005 il futuro arrivava davvero, solo che non aveva più i colori fluo degli anni Novanta. Era più scuro, più metallico, più ambiguo. Molti non lo capirono. Quasi tutti finirono per copiarlo.
Nel luglio 2004 chiude la Deejay Parade. Sembra la fine di una classifica radiofonica. In realtà è la chiusura simbolica di un’epoca. La dance smette di essere piazza e diventa arcipelago. Da una parte l’happy house britannica. Dall’altra electro house e minimal. Non sono più nicchie. Sono il nuovo linguaggio.
Attorno al 2007 la dance trova ancora una volta il modo di rialzarsi. Deadmau5 riporta la melodia. Poi David Guetta firma “I Gotta Feeling” con i Black Eyed Peas e riporta questo genere al centro del pop globale. Swedish House Mafia, Afrojack e Tiësto trasformano club e festival in una religione da stadio. Arriva Avicii con “Levels” e per un attimo sembra che il futuro abbia ripreso a correre. Poi arriva la tropical house. Poi evapora. Poi arriva qualcos’altro. E passa pure quello. Alla fine degli anni Dieci resta una sensazione precisa. La house continua a vivere, ma sempre più spesso guarda indietro. Campiona, cita, omaggia, richiama. I pionieri della house campionavano il passato per costruire il futuro. Molti eredi campionano il passato per ricostruire il passato.
Poi arriva il Covid. Non crea il problema. Lo accelera. Da quel momento il passato diventa più rassicurante del futuro. Non solo nella musica. Ovunque. I dj scavano negli archivi. Le piattaforme capiscono una cosa: ciò che riconosci viene premiato più facilmente di ciò che ti sorprende.
Guardando al 2026, la house senz’altro è ancora viva. Club, etichette, festival e nuove scene continuano a produrre musica credibile. Il problema è un altro: il centro del sistema assomiglia sempre meno a una frontiera e sempre più a un archivio. Il nuovo continua a esistere. Ma anche quando convince, raramente interessa davvero. Non resta. Non lascia il segno. Diventa invisibile. È la domanda di nuovo che si è indebolita.