In The Odyssey, un capolavoro da non perdere, Ulisse / Odisseo fugge sempre… e il nuovo film di C. Nolan è un film per fortuna non piacevole. Leggi pure anche se non hai visto il film, svelo poco e niente. E tanto la trama la sappiamo tutti.
Per una volta siamo come i greci quando andavano a vedere l’ennesima versione di una tragedia a teatro: la trama la conoscevano già, per questo giudicavano meglio autore e attori.
Già nelle prime inquadrature si vede la cosa che io ricorderò e invidierò per sempre, le mani di Matt Damon / Ulisse. Le mani di un padre che ha lavorato e combattuto e che è forte e furbo. Ma vede già la sua vecchiaia. Sono le mani che vorrei avere e che non ho.
Ho 54 anni e lavoro seduto, anche se faccio un sacco di sport e spesso ho la paura fottuta che ha Ulisse in tutto il film, ma come lui cerco di essere furbo e di non farmi bloccare dal terrore. Cerco anche di guidare i miei cari, ma non ci riesco mica sempre.
Se un film riesce a farmi sentire così, significa che è un capolavoro. Eppure, qualcuno dice il contrario. Per farsi notare? Certo. Per fare il figo. Molto male.
Secondo il fenomenale A. Valiati di Arte Settima, uno che di cinema dovrebbe capire, il film di Nolan, The Odyssey, avrebbe a che fare prima di tutto “con il significato culturale che oggi un certo cinema ha rispetto alla definizione della società occidentale“.
Ovvero sarebbe colpa di Christopher Nolan, inglese, quello che ha ri-creato Batman, per dire, non proprio John Wayne, se gli americani dominano il mondo con il cinema.
Valiati, contrarista professionista, in un post che vi risparmio ma che potete leggervi, se proprio volete arrabbiarvi, su Instagram, scrive queste ed altre banali cosette prima di aver visto il film. Poi il film l’ha visto, ma cosa ne pensa non mi interessa affatto.
Prima ha scritto, codine degne degli anni ’70, con il cinema americano che è anche, anzi soprattutto, Apocalypse Now e non più il già citato John Wayne, con Il Gladiatore che siamo NOI, mica Trump… Tutto questo prima di vedere un capolavoro, che, come Hamnet, esce oggi, non ieri. Oggi che il cinema è rimasto l’unica opera collettiva pop “sperimentale” (il pop rock non lo è più).
Ci voleva davvero non poco a impegnarsi sproloquiando parole come mitopoiesi su Instagram (so cosa vuol dire, creazione del mito). Complimenti. A chi avrebbe cotanta cultura, gioverebbe ricordare che pure gli Etruschi, prima dei romani, restarono incantati dal mito greco.
Per una volta, mentre affoghiamo nel K-pop e nelle serie coreane “piacevoli”, esce un film che piacevole non vuole essere… ci esercitiamo sull’imperialismo? Ma per favore. Anzi, senza per favore: circolare.
Molto più condivisibile IL Mereghetti, l’unico uomo o quasi diventato un dizionario e viceversa (nel suo caso, un dizionario di cinema, ovvio no?), che banalmente al film dà 9 sul Corrierone, per non dare 10 che è immorale se non per “Blade Runner” alla memoria.
“Nella rilettura di Nolan, quella di Ulisse diventa qualcosa di più tragico, quasi epocale: non è più pena ma quasi paura di vivere quella che blocca l’eroe, schiacciato dal ricordo (e dalla responsabilità) della violenza che ha innescato per conquistare Troia: troppa brutalità, troppa distruzione, troppi morti”, scrive Mereghetti.
172 minuti di tensione continua, 172 minuti di morti e pochi vivi, di paura, di rumori fortissimi. Ho visto il film all’Arcadia di Melzo e mi mettevo le mani sulle orecchie nelle scene di battaglia e pensavo che il rumore fosse troppo alto…
Ma sbagliavo, è tutto voluto: il rumore della battaglia fa schifo, fa paura, dà fastidio e Nolan me l’ha fatto sentire.
Per questo 9 è un voto basso. Bisogna dargli 10.
Lorenzo Tiezzi