Prima di Spotify c’era il modem
C’è un suono che chi è cresciuto a caccia di musica elettronica negli anni novanta non dimentica: non un basso, non un breakdown, ma la sequenza di bip e fruscii del modem che si connette, seguita da quel sibilo lungo che annunciava l’ingresso online, sempre che nessuno in casa alzasse la cornetta del telefono nel momento sbagliato. Era il portale verso una community sparsa in ogni fuso orario, accomunata dall’ossessione per lo stesso track id inseguito dal sabato sera precedente, in un’epoca in cui procurarsi musica elettronica richiedeva un impegno che oggi risulta quasi incomprensibile: niente playlist, niente algoritmo, niente tana del coniglio su Mixcloud alle due di notte, solo negozi di dischi il sabato mattina, radio pirata captate con l’antenna puntata verso la finestra, cassette registrate di nascosto dalle trasmissioni notturne e consumate fino alla saturazione, e quel dj che dopo il set poteva rivelarti il nome del pezzo oppure fissarti con lo sguardo di chi non ha alcuna intenzione di cedere gratis la propria arma segreta.
Quando internet ha fatto irruzione nelle case rendendo possibile digitare il titolo di un brano in un forum testuale e ricevere risposta da qualcuno in Finlandia o a Detroit, l’evento non aveva nulla di scontato: era un’esperienza inedita, silenziosamente rivoluzionaria. L’infrastruttura originaria porta il nome di Usenet, rete di discussione testuale attiva dal 1980 che ha trovato nuova linfa quando l’accesso domestico a internet si è diffuso su larga scala: newsgroup come alt.rave, alt.music.techno e rec.music.industrial sono diventati il punto di riferimento per chi voleva sapere cosa succedeva in un warehouse a Detroit o discutere le sfumature dell’ebm, con un’interfaccia spartana e discussioni infuocate quanto ci si aspetterebbe da collezionisti che prendevano le proprie raccolte molto sul serio (pare che perfino Moby si affacciasse occasionalmente su alt.rave).
Prima di Spotify c’era il modem, dicevamo…
Parallelamente, fino a superarlo per rilevanza, cresceva Hyperreal.org, piattaforma dedicata alla rave culture fondata nel 1994 da Brian Behlendorf, nata come mailing list SFRaves nel 1992 prima di trasformarsi in sito vero e proprio, con un nome mutuato da un remix di Jack Dangers per gli Shamen e una linea editoriale che vietava categoricamente banner pubblicitari e attività commerciali, scelta di grande peso in un momento in cui il web stava già trasformandosi in una vetrina pubblicitaria: ha ospitato la IDM List dedicata ad Aphex Twin, Mu-Ziq e alle etichette Rephlex Records e Warp, oltre alla prima pagina ufficiale di Brian Eno, restando attiva dal 1992 al 2004 e sopravvivendo tuttora in forma archiviata per chi sa dove cercarla. C’è poi worlddj.com, luogo dove sono nate amicizie che durano da oltre venticinque anni, tra viaggi condivisi, notti in consolle fianco a fianco e divani prestati su più continenti, nate da una discussione qualunque, magari su quanto la progressive house stesse ammorbidendosi: una community globale di dj e appassionati che, nei suoi momenti migliori, era esattamente questo, un gruppo di persone realmente interessate le une alle altre oltre che alla musica.
Sul fronte della reperibilità dei brani, l’assenza di Soundcloud e di qualsiasi forma pratica di streaming rendeva la cosa più complicata: un mix perso in radio senza registrazione era perduto per sempre, e l’unica alternativa, verso la fine del decennio, erano le reti peer-to-peer, prima
Napster poi LimeWire con le cugine più grezze Kazaa ed eDonkey, dove digitare il nome di un dj o di un’etichetta significava attendere ore, lasciare il download attivo durante la notte e risvegliarsi con l’esito, completato oppure bloccato al 94%, una forma di disperazione condivisa da un’intera generazione. Il rischio virus era tutt’altro che teorico: verso la fine del ciclo vitale di LimeWire si stimava che un file su tre contenesse malware, con un’indagine che su 123 file scaricati a campione ne trovò 37 infetti, mentre le etichette sbagliate erano uno sport a sé, capaci di trasformare un presunto live set di due ore in un file muto, in un brano completamente diverso, o nella peggiore delle ipotesi in una minaccia per il computer, rischio accettato pur di avere accesso alla musica.
Prima di Spotify c’era il modem
La radio via internet rappresentava la soluzione più civile, arrivata al momento giusto: Shoutcast, lanciata nel 1998 dagli stessi sviluppatori di Winamp, ha cambiato le carte in tavola per gli appassionati di nicchia senza budget per gli import via posta, sfruttando la compressione mp3 per contenere i consumi di banda anche su dial-up e integrandosi perfettamente con Winamp, già diffusissimo dal 1997, superando in praticità RealPlayer che pure era arrivato prima sul fronte streaming: nel giro di pochi anni la directory di Shoutcast ha superato le 20mila stazioni, e passare ore in cuffia sintonizzati su un’emittente di Francoforte che trasmetteva minimal techno alle tre di notte, ascoltabile in camera propria dall’Australia al Sudafrica, aveva del miracoloso, con i forum a fare da collante per condividere gli url degli stream e discutere i track id catturati a metà mix. La scena australiana aveva il proprio punto fermo in inthemix.com.au, fondato nel 1999 da Andre Lackmann e Libby Clark per documentare attraverso fotografia e forum la cultura rave e club underground di Sydney, diventato per quasi vent’anni l’hub principale della community dance nazionale, capace con i propri thread di decretare il successo o il fallimento di un artista, un club o un festival, elemento imprescindibile per un paese geograficamente isolato dalle scene che prendeva a modello. Negli anni successivi, però, il sito ha guadagnato il soprannome non proprio affettuoso di “inthebitch”, segno di una deriva comune a molte grandi community online costruite attorno a una scena che stava diventando mainstream e al tempo stesso si frammentava internamente: l’anonimato del forum ha favorito linciaggi, attacchi personali e ostilità costante verso artisti e promoter colpevoli solo di essere diventati abbastanza visibili da attirare attenzione, spingendo molti operatori a ritirarsi da uno spazio che da risorsa si era trasformato in rischio.
Nel Regno Unito, DontStayIn seguiva una traiettoria simile su scala impressionante, con oltre 20 milioni di post nella sua storia e 120mila messaggi mensili al picco.
Parliamo di premi vinti e vertici delle classifiche di traffico nightlife, fino all’acquisizione nell’aprile 2009 da parte di Development Hell Ltd, editore di The Word e Mixmag, e al silenzio calato su sito e canali social entro la metà del 2016. Questi forum non si sono spenti con grazia: man mano che le scene coperte crescevano e diventavano commercialmente appetibili, i frequentatori storici si sono trovati a condividere lo spazio con un pubblico più ampio, meno paziente e meno rispettoso, il trolling si è trasformato in sport, i toni un tempo accesi ma sostanzialmente bonari sono diventati tossici, la moderazione non ha retto il passo della crescita.
L’arrivo di MySpace ha spostato l’interazione dai thread alle bacheche dei profili artista, Facebook ha disperso ulteriormente l’attenzione fino a rendere quasi anacronistica l’idea di una community dedicata a un unico genere musicale, con la conseguenza che scrivere a tutti i propri contatti è cosa ben diversa dal parlare a chi capisce davvero l’argomento, e l’intimità si è persa insieme alla competenza diffusa: inthemix ha cessato le attività nel novembre 2018, con l’eredità editoriale confluita in Music Junkee, chiusura percepita come più grande del sito stesso e della società che lo gestiva. Qualcosa, però, sta tornando a muoversi: le community di genere su Reddit si avvicinano per profondità e competenza allo spirito dei vecchi forum, i server Discord hanno preso il posto delle mailing list garantendo ritmo e intimità di conversazione reale, Twitch offre a dj e producer uno spazio dal vivo per esibirsi e interagire quasi in tempo reale, i gruppi Facebook permettono alle scene più datate di ritrovarsi, e nessuno oggi si connette via modem per accedervi, sostituito da fibra e 5G impensabili per chi negli anni novanta attendeva mezzora per un mp3 sperando non fosse un virus travestito da mix: eppure il motivo per cui ci si sposta verso spazi più ristretti e comunitari resta identico a trent’anni fa, perché si può seguire diecimila account su Instagram e continuare a sentirsi soli nel capire perché un certo dodici pollici del 1993 conti ancora qualcosa, e a volte l’unica cosa che serve davvero è parlare con chi capisce.