Noel Gallagher, (autore principale e chitarrista degli Oasis e del revival, NDR) non usa mezzi termini, mai. Che si tratti del fratello Liam (che invece parla male di un po’ tutto NDR), della stampa o della musica in generale, il chitarrista degli Oasis resta una delle lingue più taglienti dell’industria musicale britannica, e la scena elettronica non ne è rimasta esente.
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Ripercorrere le sue dichiarazioni sull’argomento significa scoprire un rapporto ambivalente, fatto di ammirazione improvvisa e disprezzo altrettanto improvviso, che racconta più della cultura rock verso la dance music di quanto raccontino mille editoriali. In un’intervista concessa a The Quietus, Noel si è lasciato andare a un elogio inatteso nei confronti dell’etichetta britannica Defected Records, tempio della house made in UK: “Sono fottutamente ossessionato dalla dance music in questo periodo. È nel mezzo di un rinascimento. Quella Defected, quella che fa quei mix Defected In The House, sono fottutamente incredibili. Sono andato a Ibiza e mi sono divertito un mondo.”
Noel Gallagher contro tutti e dance music sotto processo
Parole che stridono non poco con quanto dichiarato in altre occasioni, come quando, parlando con NME, aveva liquidato l’intera scena con sufficienza sprezzante: “La dance music suona come una passeggiata al parco ormai. Chiunque può farla, e onestamente chiunque la sta facendo.” Una contraddizione che il chitarrista manchesteriano non ha mai davvero risolto, forse perché per lui la dance music si divide in due categorie nettamente separate: quella delle origini, gloriosa e rivoluzionaria, e quella contemporanea, ridotta a fenomeno di massa privo di sostanza.
Non è un caso che l’acid house degli anni ottanta resti per lui un capitolo sacro: “Quando è iniziata la cosa dell’acid house, mi ha fottutamente spappolato il cervello e continua a farlo.” Un endorsement che nessuna etichetta discografica potrebbe comprare, arrivato da un uomo che ha frequentato l’Haçienda di Manchester nel pieno della sua epoca d’oro e che porta ancora addosso quell’imprinting culturale. Ma quando si passa ai protagonisti odierni della scena, la freddezza torna a dominare. Ai microfoni di NME, dopo aver commentato con relativo apprezzamento l’esibizione di Kanye West a Glastonbury, Noel non ha resistito alla tentazione di prendere in giro deadmau5, riducendo l’iconico producer canadese a una semplice trovata scenica: “Ciao, questo è deadmau5 senza lo stupido cappello.”
La replica del diretto interessato è arrivata pronta e altrettanto tagliente: “Beh, io sono Noel Gallagher, senza lo stupido accento.” Nella stessa intervista, Noel ha riservato un trattamento simile ad Avicii e a David Guetta, ammettendo candidamente di non sapere nulla del primo e di non avere alcuna intenzione di approfondire: “Non so nulla di Avicii. Non desidero sapere nulla di Avicii. Suona come un artista del periodo rinascimentale.” Riguardo al concerto imminente del dj svedese, non ha risparmiato una battuta sprezzante, promettendo ai fan del festival che ci avrebbe pensato lui a “salvare” la situazione dopo la sua esibizione.
Certo, Noel Gallagher contro tutti…
Avicii ha risposto pubblicamente, accusando il musicista di parlare senza cognizione di causa: “Quello che è davvero triste è sentire un musicista vecchio stile come te confessare così apertamente di non avere una mente aperta verso la nuova musica, sparlando di cose che non hai nemmeno ascoltato.” Firmando, non senza ironia, come “il tizio col cappello”. Eppure, a dispetto di queste frizioni, esiste un episodio che dimostra come i confini tra rock e dance possano dissolversi del tutto: la collaborazione tra Noel Gallagher e The Chemical Brothers nel brano “Setting Sun”, contenuto nell’album “Dig Your Own Hole”, con Gallagher alla voce.
Un incontro tra due mondi che, lungi dall’essere un compromesso, ha prodotto uno dei pezzi più identitari della musica elettronica britannica, seguito da un invito degli stessi Chemical Brothers a esibirsi al leggendario concerto di Knebworth. Se Noel oscilla tra insulto e riverenza, il fratello Liam non lascia spazio a sfumature. Interpellato sul fenomeno EDM in un’intervista per promuovere il suo album solista “As You Were”, disco capace di superare in vendite l’intera top venti britannica messa insieme, Liam ha liquidato l’intero genere con un disprezzo quasi teatrale: “È quella roba, tipo dance music? Tipo Calvin Harris? Al diavolo.Quella è musica del diavolo.”
Una dichiarazione che, più che un giudizio critico, suona come un manifesto identitario: per i Gallagher, cresciuti nel mito della chitarra elettrica e dell’estetica da stadio, la dance music resta un territorio straniero, da guardare con sospetto anche quando, come nel caso di Noel Gallagher, se ne finisce per subire il fascino.
Ciò che questa lunga serie di scaramucce verbali rivela, al di là dell’aneddotica e della battuta a effetto, è la persistenza di una frattura culturale mai davvero ricomposta tra la tradizione rock britannica e la cultura dei club. Una frattura che genera scintille pubbliche, dichiarazioni virali e repliche piccate, ma che nasconde anche un rispetto obliquo, quasi involontario, per un genere capace di sopravvivere alle stoccate dei suoi detrattori più celebri. Alla fine, il verdetto reale non lo emette nessun punteggio ironico: lo emette il tempo, che ha visto la dance music consolidarsi come forma culturale dominante mentre le schermaglie tra rockstar e producer restano, semplicemente, folklore.