“Se non avessi fatto il dj?” La storia di Van Buuren, Aoki, Kraviz… Raccontata dal nostro Riccardo Sada, la carriera di tante star del mixer inizia sempre un po’ così. Ma poi decolla. Eccome.
Armin van Buuren prima di andare in scena nel suo set al Tomorrowland nell
‘edizione 2026 ha rivelato un retroscena curioso della sua vita professionale: prima di diventare una delle icone assolute della trance, il dj ha sfiorato una carriera completamente diversa: quella dell’avvocato. La dichiarazione arriva in un’intervista rilasciata a DJ Mag nel backstage di un palco principale di Tomorrowland, dove l’artista ha raccontato un aneddoto poco noto ai suoi fan:
“Se non fossi un dj, sarei un avvocato. Perché ho conseguito la llaurea in giurisprudenza. Ho scritto una tesi sul diritto d’autore. Ho lavorato per un breve periodo in uno studio legale, ma era il momento in cui la mia carriera stava decollando”, ha dichiarato.
Un dettaglio curioso che restituisce un profilo inedito e più sfaccettato del musicista, capace di intrecciare rigore giuridico e passione sonora fin dagli esordi. Proprio in quel periodo, l’olandese ha fatto il suo ingresso nella classifica Top 100 DJ di DJ Mag, piazzandosi al ventisettesimo posto, per poi non uscire quasi mai dalla top five, arrivando sesto in un’unica occasione, e conquistando per cinque volte il titolo di dj numero uno al mondo. Un riconoscimento alla carriera, l’Outstanding Contribution della Top 100 DJ, gli è stato inoltre conferito durante una cerimonia di premiazione all’UNVRS di Ibiza, a suggello di un percorso che continua a espandersi. Eppure, dietro questo successo, si nasconde un altro elemento curioso: la scelta di diventare artista non fu affatto scontata.
“Se non avessi fatto il dj?”, l’inizio di tante star del mixer
“All’epoca, i miei genitori non credevano davvero che sarei riuscito a guadagnarmi da vivere facendo il dj”, ha raccontato Armin, ricordando cachet modesti e trasferte pagate di tasca propria. “Ho fatto un atto di fede e ho detto ai miei genitori: ‘Farò il dj per un anno’. E in pratica sono… ancora in quell’anno”.
Esiste un luogo comune duro a morire nella cultura del club: il dj sarebbe un talento istintivo, nato tra i dischi, cresciuto nelle cantine e temprato da una gavetta fatta soltanto di notti, vinili e amplificatori. La realtà, a guardarla da vicino, è molto più screziata. Dietro la console di parecchi nomi di primo piano si nasconde un passato fatto di aule universitarie, laboratori, corsie d’ospedale e biblioteche, un curriculum che con la pista da ballo sembra non avere nulla da spartire e che invece, spesso, ne ha plasmato il linguaggio.
Il percorso di Armin van Buuren, che prima di diventare uno dei sovrani del trance studiò giurisprudenza a Leida, non è un caso isolato. È la punta di un iceberg molto più ampio, in cui compaiono matematici, neuroscienziati, dentisti, sociologi e aspiranti registi. Per molti la console è stata una deviazione di percorso, la strada imboccata dopo aver capito che la vita in giacca e cravatta, o in camice, non faceva per loro. Vale la pena ripercorrere alcune di queste biografie, anche per capire quanto il mestiere che avrebbero potuto fare racconti ciò che sono diventati.
“Se non avessi fatto il dj?”
Steve Aoki è forse l’esempio più spiazzante per chi lo conosce soltanto come l’istrione che lancia torte sul pubblico e si tuffa sulla folla dal palco.
All’Università della California a Santa Barbara ha conseguito due lauree, una in sociologia e una in studi femminili, un binomio che difficilmente si associa all’estetica scatenata dell’electro house da festival. Prima del successo era immerso nell’attivismo sociale e nelle produzioni indie-rock e hardcore, un mondo dove l’idea di comunità contava più dell’esibizione. Senza la musica sarebbe stato quasi certamente un sociologo, un militante, oppure un imprenditore del settore tecnologico e del venture capital, ambito in cui investe già con decisione e che si intreccia con il suo interesse per la longevità e la crionica. Il paradosso è tutto lì: dietro il personaggio sopra le righe c’è una mente che ragiona per reti, sistemi e relazioni, e che ha trasformato il proprio nome in una piattaforma industriale.
Se Aoki rappresenta la deviazione sociale, Dan Snaith, in arte Caribou, incarna l’eccellenza accademica allo stato puro. Ha ottenuto un dottorato in matematica presso l’Imperial College di Londra, una delle istituzioni scientifiche più rispettate d’Europa, e il suo percorso sembrava già scritto: cattedra di matematica pura, ricerca, pubblicazioni su riviste specializzate. La musica, invece, si è presa la scena, e chi ascolta album come “Swim” non fatica a cogliere una certa geometria nascosta, una costruzione stratificata dei ritmi e delle armonie che sembra figlia di un pensiero astratto allenato per anni. Senza il successo musicale, Snaith sarebbe stato un professore o un ricercatore, e il pubblico dei club avrebbe perso uno degli autori più raffinati della musica elettronica di matrice melodica.
Richie Hawtin, volto simbolo della techno minimale, ha frequentato l’Università di Windsor, in Canada, dove si è avvicinato al cinema e alle arti visive. La sua estetica, del resto, è sempre stata concettuale: sottrazione, rigore, ossessione per il dettaglio, un’idea di spettacolo che passa per la tecnologia e per la ricerca visiva più che per il gesto istrionico. Senza la techno, è facile immaginarlo regista, direttore della fotografia o curatore di installazioni sospese tra arte contemporanea e immagine digitale. La console, per lui, è stata un altro modo di scrivere con la luce e con il suono, un linguaggio che continua a coltivare le stesse ossessioni di un cineasta sperimentale.
Anche Don Diablo arriva da una formazione di tutt’altro genere. La sua laurea in giornalismo e media design, conseguita prima di potersi dedicare alla musica a tempo pieno, spiega molto della sua vocazione da narratore multimediale. Appassionato di arte digitale, fantascienza e nuovi media, in un’altra vita avrebbe lavorato come direttore creativo per agenzie pubblicitarie, come giornalista specializzato o come artista digitale e regista, ambiti in cui si muove comunque con i suoi progetti visivi, che accompagnano i dischi e li trasformano in universi estetici riconoscibili. Il suo caso mostra bene come la produzione musicale, nell’era dei contenuti, abbia bisogno di competenze che stanno a metà strada tra la comunicazione e il design, e come una formazione apparentemente laterale diventi un vantaggio competitivo.
La storia più tagliente, forse, è quella di Nina Kraviz. Prima che i suoi set techno conquistassero i festival di mezzo mondo, la dj russa si era laureata in odontoiatria e aveva persino esercitato la professione, lavorando in un ospedale per veterani di guerra a Mosca.
Il salto è di quelli che fanno impressione: dalla precisione chirurgica di uno studio dentistico al groove ipnotico e oscuro delle sue selezioni, con tutta la disciplina che un percorso medico impone. Senza i dischi, oggi si direbbe che avrebbe fatto la dentista o l’ortodontista a tempo pieno, con una carriera solida e rispettabile. Eppure l’attitudine clinica, la pazienza, la capacità di lavorare sui dettagli minimi, sembra essere sopravvissuta alla svolta e aver contribuito a costruire un’identità sonora tra le più riconoscibili della scena.
Ancora più radicale è il caso di Sam Shepherd, che con il nome di Floating Points ha portato nella musica elettronica un bagaglio scientifico fuori dall’ordinario. Ha conseguito un dottorato in neuroscienze ed epigenetica presso l’University College di Londra, e durante i primi tour internazionali continuava a lavorare in laboratorio di giorno e a suonare di notte, una doppia vita che ricorda più un romanzo che una biografia musicale. Senza la musica sarebbe oggi un ricercatore, un neuroscienziato o un docente di biologia molecolare. E chi ascolta album come “Promises”, costruito con paziente attenzione per le frequenze, le sovrapposizioni e il rapporto tra suono e percezione, capisce che quella formazione non è stata lasciata fuori dalla porta dello studio.
Chiude la rassegna Laidback Luke, che prima di scalare le classifiche dell’EDM ha studiato graphic design. Oltre a essere un abile art director, l’olandese è un campione mondiale di wushu, la disciplina marziale cinese, e senza la carriera da dj si sarebbe potuto dedicare a tempo pieno all’insegnamento del kung fu o al design. La combinazione tra rigore fisico, senso estetico e disciplina è esattamente ciò che serve a chi vive di tour, palchi enormi e una presenza scenica da costruire ogni volta da zero. Guardate tutte insieme, queste biografie smontano un mito e ne consolidano un altro. Smontano la favola del talento puro, quello che emergerebbe dal nulla grazie a un orecchio fuori dal comune, perché in molti casi dietro il successo c’è una mente allenata alla disciplina, alla complessità, all’astrazione.
Consolidano invece l’idea, meno romantica ma più realistica, che la musica elettronica sia un territorio dove convergono saperi diversi: la matematica degli arrangiamenti, la biologia della percezione, il design dell’immagine, la sociologia delle comunità che riempiono i club.
La scena, forse, è così fertile proprio perché non ha mai avuto un’unica porta d’ingresso. C’è però anche un rovescio critico, che non va taciuto. Il racconto del dj laureato rischia di trasformarsi a sua volta in un cliché, una medaglia da esibire per nobilitare un mestiere ancora guardato con sospetto da certa cultura ufficiale, come se il valore di un artista dovesse essere certificato da un titolo accademico. Non è così.
Il mestiere del dj ha le sue competenze specifiche, fatte di orecchio, selezione, lettura della pista e gestione della tensione, che nessuna laurea insegna e che tanti grandi nomi senza alcun diploma hanno dimostrato di possedere in abbondanza. La vera lezione è un’altra, più semplice: la console non ha un percorso obbligato, e chi la raggiunge porta con sé ciò che è stato prima. A volte un dottorato, a volte un camice, a volte un’aula di giurisprudenza. E quando quel passato riesce a fondersi con l’istinto del momento, nascono le carriere che attraversano le epoche.
(Riccardo Sada x Sada Says x AD!)