Caro “artista”, se nessuno ti guardasse, faresti arte?

L’arte è una necessità, anche economica, professionale e di status sociale… Nessuno, tranne Gesù e Francesco, è santo. Tutt’alpiù, gli artisti vendono il proprio santino, come Cattelan.

Nel Rinascimento, Michelangelo era figlio d’un nobile decaduto, Ludovico (all’epoca della nascita di Michelangelo, 1475, la famiglia aveva perso gran parte del proprio prestigio e delle proprie ricchezze)

Ma se l’arte diventa solo un’esigenza di teorie, chiacchiere, ego, soldi e professione torna ad essere artigianato, ovvero creatività, magari eccezionale, asservita però prima di tutto al mercato, non all’arte. Michelangelo, dopo essere nato a Caprese (nacque in questo castello medievale di Caprese, dove il padre, Ludovico di Leonardo Buonarroti Simoni, si trovava temporaneamente a ricoprire la carica politica di podestà), si trasferì vicino a Settignano, che era nota per le cave di pietra serena. Giorgio Vasari raccontava che Michelangelo scherzasse dicendo di aver “sugato il latte e lo scalpello insieme”

L’arte deve nascere soprattutto da una necessità personale, soprattutto oggi che la sua parte artigianale quasi non esiste più. Bisogna SPACCARE, non fare “bene”.

Cosa faresti, ora, se nessuno ti ascoltasse, guardasse, se tutto quello che fai in questo istante fosse subito dimenticato? Se la risposta è farei arte, allora fai arte e sei un (grande o minimo), artista.

E se il mondo non la capisce mentre campi (Van Gogh), se il mondo non la considera arte (le 90 scatole di merda d’artista di Manzoni, quello giusto, nel 1961 erano arte? Oggi sono arte, conta niente se i più non le capiscono e allora non le capi proprio nessuno), non conta niente.

Se non resta niente di quello che crei, è arte lo stesso. Forse di più. L’importanza delle opere è sopravvalutata, il loro valore anche. L’importante è fare. sempre.

E ora, un pensiero sull’arte di Carmelo Bene.

L’arte come servizio sociale?

Ma è un servirsi degli altri, al solo scopo d’uno sfrontato personalissimo tornaconto nel riconoscimento pubblico.

Già, il riconoscimento pubblico.

Artisti, miserabili. E relativi miserabili fruitori.

Lo schizinoso platonico distinguo tra originali simulacri e copie, riflesso innumere di replicanti, genia clonata.

E’ l’arte, rompicapo demenziale,

nel de-cretino favoreggiamento d’ogni ministero dei beni culturali, istituito a vezzeggiare le morte croste d’autore,

al solo scopo di scongiurare la vertigine del presente impensato della vita.

Ad arrangiare lager museali per turisti che abusano del proprio tempo, incomprensibilmente libero.