Ilario Drago, discografico 2.0: “Vi racconto le hit e i dj di domani”

di Leonardo Filomeno – 12 aprile 2016

“Ho iniziato a fare questo lavoro a 28 anni. Ero già abbastanza grandicello, per non dire quasi anziano”, scherza Ilario Drago. Per qualche istante, il pensiero vola al ‘96, all’esperienza in Media Records, in quegli anni un vero colosso: “Prendevo 700 mila lire al mese, meno di un operaio, nessun contratto. Mio padre si chiedeva se fossi impazzito. Io non potevo essere più felice. Era quello che sognavo”. Ossia l’inizio di un percorso che nel 2004 lo porterà a fondare Ego Music, oggi una vera fabbrica di successi pop dance. Una tra le poche realtà italiane in grado di rappresentare ancora un traguardo importante per chi tenta il grande salto nella giungla della dance. Tanti i nomi portati in alto: Flanders, Serebro, Ben Pearce, Wankelmut, Willy William, Klingande. La svolta, nel 2011, con Mr. Saxobeat di Alexandra Stan: “Lì abbiamo capito che dovevamo investire tutte le nostre risorse. Non avevamo certezze, ci siamo lanciati. E’ andata bene, ma non è stata solo fortuna”, racconta Ilario con un’energia e una passione che la dicono lunga sul perché del suo successo.

Partiamo dal presente, da quella tropical house esplosa anche grazie alla vostra Jubel. Che pensi di questo rallentamento nella dance?

“Il fatto che tutti facciano musica lenta perché ormai va di moda non mi sembra sia un problema. Anzi, è già in atto un ulteriore rallentamento, diciamo sui 100 bpm, ma sul versante della progressive, visto il grande successo di Faded di Alan Walker”.


A forza di addolcire e rallentare non è che certa dance è diventata un po’ troppo triste?
“E’ lenta la dance che senti in radio. Ma è il trend odierno, che vede sotto lo stesso tetto artisti pop e dance. Prendi Adore di Jasmine Thompson: arrangiamento deep house su lento andante, eppure lei non è una mica una dj. Questo rallentamento ha fatto sì che la dance uscisse dal ghetto di quei dischi che vendevano una volta sì e 10 no. Se oggi produci musica dance in un certo modo, prima o poi i risultati arrivano”.


L’EDM da festival è stata un fuoco fatuo?
“Io lo vado dicendo da tempo… Dischi di quel tipo non se ne vendevano, servivano solo ai dj per supportarseli a vicenda nei festival. Il fallimento della società EFX ne è la dimostrazione plastica”.


Ma i colossi che aveva tra le mani non cadranno certo come birilli.
“SFX non è rientrata nei costi perché ha pagato un prezzo troppo alto per accaparrarsi festival il cui guadagno, al netto, non è poi così alto. Far esibire per tutta la durata di un Tomorrowland una sfilza di dj di quel livello costa. Non andare in perdita è dura”.


Le presunte nuove leve dove andranno a parare?
“Dovranno vedersela con una realtà che supera la portata dei loro investimenti. Molti ragazzini entrano nella Top 100 di Dj Mag perché hanno alle spalle mamma e papà pronti a sborsare fior di quattrini. Per farti un esempio, ho appena ricevuto la chiamata dall’estero di due genitori pronti ad investire 100 mila dollari sul figlio”.


Spesso ti accusano di esterofilia, anche se nella tua scuderia gli italiani non mancano.
“Ai ragazzi dico sempre: prima di spedire una traccia, siate certi che sia una bomba atomica. Pare che sia un messaggio difficile da recepire. Forse perché tutti sperano che ci sia sempre la Ego di turno pronta ad accoglierli. Siamo aperti a chiunque, ma vogliamo solo dischi forti. Senza di quelli, non si va da nessuna parte. Il problema dell’Italia è che oggi dischi così mancano”.


Perché?
“Anni fa esisteva un mood italiano, che ci rendeva unici nel mondo. Oggi i nostri produttori copiano, da tempo hanno smesso di seguire il loro istinto”.


Su Facebook sono prima di tutto veri top dj, anche se poi la realtà è un po’ diversa.
“Un tempo il tuo nome girava solo se eri davvero forte, perché emergere era difficile. L’epoca dei social, dell’apparire ad ogni costo, ha abbattuto tutto questo. Ma per fortuna è anche più facile essere smentiti. Perché potrai fare tutte le serate che vuoi, ma quando ti metti alla prova come producer, il tuo disco o funziona o non funziona. La Ego di turno potrà essere forte quanto vuoi, ma se non ha ciccia su cui lavorare, hai voglia a spingere…”.


Le radio sono ancora determinanti in tutto questo?
“Senza le radio non vai da nessuna parte. Ci cono sempre quelle ¾ radio regionali sommate ad altre ¾ nazionali che ancora fanno vendere dischi. Ma non ti dirò mai quali sono, ci sono troppi permalosi in giro… (ride, ndr)”.


Come si venderà e/o ascolterà la musica da qui a 5 anni?
“Avremo il 75% dei ricavi dallo streaming, il 25% download”.


E il fisico?
“Una grossa fanbase che scalpiterà per avere tra le mani qualcosa di fisico resisterà e sarà meno del 50%. Riguarderà nomi grossissimi, la Adele o il David Bowie di turno; di sicuro non artisti come Robin Schulz, il cui album, con tutto il rispetto, non lo comprerebbe manco il ragazzino di 16 anni”.


Ritorno dei vinili (per i big). Solo antiquariato, come suggerisce qualcuno?
“Solo quello (ride, ndr). Bene se si vende qualche copia in più, ma non credo in questi ritorni. Hai fatto bene a precisare che tutto questo sia a panneggio dei big, perché nel mercato discografico rivolto ai dj a fare la parte del leone resta Beatport. Ma in Italia ci piace vivere di nostalgie, illusioni, convinzioni”.


Del tipo?
“Del tipo che il vero dj è quello che usa il vinile. Perché? Dove? Quando?


Ci siamo abbastanza fissati sul fatto che gli spettacoli dei top dj siano ormai registrati.
“Mi sembra ovvio, visto che parliamo di un grande show, dove tutto è sincronizzato. Mettiamola così: sei un nostalgico? Torna al vinile ma butta anche i telefonini, vai a fare le serate spostandoti in macchina senza aria condizionata ad agosto e, soprattutto, smettila di gettare bile sul David Guetta di turno, sennò viene da pensare che tu sia solo invidioso”.


Un mea culpa per voi addetti?
“Il chiacchiericcio sui Facebook spesso mi fa sorridere. Si parla di autobuy su iTunes, di manovre per ingigantire i numeri di You Tube o Spotify. Ossia del nulla assoluto. In realtà non è cambiato niente rispetto al passato. Siamo solo diventati un po’ meno seri. Faccio notare che anche negli anni ‘80 alcuni personaggi facevano comperare i dischi da loro prodotti nei negozi campione per far sì che il brano iniziasse davvero a vendere”.


Hai detto: “Sono sempre stato contento del successo altrui”.
“La legge del mors tua vita mea, da sempre in voga in Italia, non mi appassiona. Quando cominci a non divertirti più col lavoro che fai, puoi anche chiudere bottega”.


L’impressione è che tu ti diverta ancora parecchio.
“L’entusiasmo è lo stesso di quando, dopo la laurea in scienze politiche, iniziai a lavorare come come speaker in una radio e grazie a un paio di dischi fortunati comprai un appartamento in centro a Milano. Con quei dischi mi andò anche troppo bene, ma la mia strada era un’altra. Dovevo farmi assumere da una casa discografica”.


Così arrivasti in Media. Poi Do It Yourself, V2, Virgin…
“Durante il periodo alla Do It Yourself ho portato in Italia One Of The People di Adamski. Alla V2 ho lanciato i Naive. Alla Ultralab, i Planet Funk. Ai tempi di Virgin, sono stato il primo a portare David Guetta in Italia, quando nessuno sapeva chi fosse e si faceva fatica a riempire i locali durante le sue serate”.


Così arriviamo al 2004. E alla tua Ego.
“Con cui, nel 2012, ho portato la deep house in Italia grazie a Ben Pearce e Wankelmut. Poi è arrivato il ciclone Klingande con Jubel”.


Gli artisti Ego a cui sei più legato?
“Spada, tra gli italiani, lo considero il più eclettico e il più forte in questo momento. Poi le Serebro e Klingande”.


La persistenza talvolta aiuta?
“Se ci dai dentro, rompi pure il ferro. Le idee vanno portate avanti ad ogni costo. Se lo fai, arrivi ovunque”.


Il vostro quartier generale è a Verbania, sul Lago Maggiore, ma non sembra sia un problema.
“Con internet si possono aprire grandi mercati in ogni parte del mondo. Il tuo lavoro lo puoi svolgere ovunque. Non dobbiamo essere succubi della tecnologia, dobbiamo sfruttarla per fare cose che senza di essa non faremmo mai. Non ci trovo nulla di strano in questo”.


Il futuro delle indipendenti? Sempre più verso il management?
“Anche verso management. Faremo, e in parte già facciamo, intrattenimento a 360 gradi. La situazione è fluida, lo streaming è il grande protagonista. Noi etichette diventeremo dispensatori di musica ed eventi”.


Per chiudere, abbiamo dato troppa importanza ai dj? La loro figura si ridimensionerà?
“Per forza. La gente vuole tornare agli artisti, ai musicisti, ha bisogno di figure complete. Dei dj ormai ne ha piene le scatole”.

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