LADY-J c’è oggi. Ma sono ventitre anni. Questo è il tempo che ho dedicato a osservare, studiare e lavorare nel mondo delle donne dj, un universo complesso che, dopo mercoledì 17 settembre ’25, sotto i riflettori al JustMe di Milano con la finale di LADY-J, il talent che da due anni cerca di dare spazio alle protagoniste emergenti della scena musicale italiana, si espande sempre più. Un evento dove ho avuto l’onore di sedere in giuria, portando la mia esperienza e la mia visione critica maturata in questi lunghi anni di osservazione del settore. Quando ho iniziato a seguire questo ambiente, le donne dietro la consolle erano considerate poco più di una curiosità, un elemento scenografico che i locali utilizzavano per attrarre pubblico. La situazione era grottesca: talenti indiscutibili venivano relegati a ruoli marginali, costrette a dimostrare continuamente le proprie competenze in un mondo che le giudicava prima per l’aspetto estetico e poi, forse, per le capacità tecniche. Ho assistito a ingiustizie quotidiane, a episodi di sottovalutazione sistematica che hanno segnato carriere promettenti e alimentato frustrazioni comprensibili.
Sono stato colpito dalla preparazioni di Paola Peroni, colei che mi ha portano nel mondo delle donne dj. Sono stato colpito da tutte le presenti al JustMe. Soprattutto da Gloria Fregonese a cui noi di Danceland abbiamo dedicato una copertina mesi fa e che è davvero iper preparata e avvenente e speciale. Paola e Gloria hanno infiammato presso Chalet Spinale di Madonna di Campiglio a inizio aprile 2026 proprio sotto l’egida di LADY-J. Il panorama attuale presenta luci e ombre che meritano un’analisi approfondita. Da un lato, iniziative come LADY-J rappresentano un passo avanti significativo nel riconoscimento del talento femminile. Il fatto che Shiseido, un brand di prestigio internazionale, sostenga il progetto non è casuale: indica una presa di coscienza del mercato rispetto al valore economico e artistico delle donne dj. Dall’altro lato, però, permane il rischio di ghettizzazione che ho sempre denunciato. Creare spazi dedicati esclusivamente alle donne può diventare controproducente se non accompagnato da una strategia di integrazione più ampia.
https://www.instagram.com/reels/DWoKTOFCqOT
L’esperienza mi ha insegnato che il problema non è solo culturale ma strutturale. I booker, spesso uomini, tendono a replicare schemi consolidati nella selezione degli artisti. I direttori artistici dei festival continuano a comporre lineup squilibrate, dove la presenza femminile è spesso simbolica. I media specializzati, pur avendo fatto progressi, mantengono ancora approcci che sottolineano il genere prima del talento. Ho visto decine di interviste dove alle dj venivano poste domande che mai sarebbero state rivolte ai colleghi maschi, concentrate sull’aspetto personale piuttosto che su quello professionale.
La questione della credibilità tecnica resta centrale. Durante questi anni ho documentato come molte artiste eccellenti abbiano dovuto affrontare continui test di competenza, come se la loro presenza dietro la consolle fosse sempre in discussione. Ho assistito a situazioni paradossali dove dj con anni di esperienza venivano trattate come principianti da tecnici del suono che non mettevano mai in dubbio le capacità dei loro colleghi uomini. Questo atteggiamento ha creato una pressione psicologica costante che ha influenzato negativamente molte carriere.
Il fenomeno delle quote rosa nel djing presenta aspetti controversi che non posso ignorare. Se da una parte ha garantito maggiore visibilità alle artiste, dall’altra ha alimentato il sospetto che alcune opportunità fossero concesse per motivi diversi dal merito. Ho incontrato dj di talento straordinario che rifiutavano di partecipare a eventi esplicitamente dedicati alle donne per non essere associate a questo meccanismo. La loro posizione, comprensibile, evidenzia la complessità di un problema che non può essere risolto solo attraverso politiche di inclusione forzata.
L’evoluzione tecnologica ha modificato profondamente le dinamiche del settore. L’avvento del djing digitale ha democratizzato l’accesso agli strumenti, permettendo a molte giovani artiste di iniziare senza gli investimenti proibitivi richiesti dalle tecnologie analogiche.
Questo cambiamento ha prodotto una nuova generazione di dj donne più preparate tecnicamente e meno disposte ad accettare discriminazioni. Le vedo nei club, le ascolto nei podcast, le seguo sui social: sono determinate, competenti e consapevoli del proprio valore.
Il ruolo dei social media ha rappresentato un’arma a doppio taglio. Da un lato ha permesso alle artiste di costruire il proprio pubblico senza dipendere completamente dai gatekeepers tradizionali dell’industria. Dall’altro ha accentuato l’importanza dell’immagine, creando nuove forme di pressione estetica che ricordano i vecchi stereotipi. Ho osservato come molte dj di talento si sentano costrette a investire tempo e risorse nella cura della propria presenza online, sottraendo energie alla crescita artistica.
La situazione internazionale offre spunti interessanti. Paesi come Germania e Regno Unito hanno sviluppato scene più inclusive, dove la presenza femminile nei lineup è più equilibrata. I festival di Berlino, che conosco bene, presentano cartelloni dove il genere dell’artista è irrilevante rispetto alla qualità della proposta musicale. Questo confronto evidenzia come il problema italiano sia anche culturale, legato a resistenze specifiche del nostro mercato.
L’aspetto economico merita attenzione particolare. Le disparità salariali nel djing sono documentate ma raramente discusse apertamente. Ecco perché esperienze come LADY-J servono.
Durante le mie ricerche ho raccolto dati che confermano come, a parità di esperienza e notorietà, le dj donne guadagnino sistematicamente meno dei colleghi maschi. Questa differenza non è solo una questione di giustizia sociale ma rappresenta un ostacolo concreto allo sviluppo professionale di molte artiste. Il libro (non si sa ancora il titolo mentre scrivo) che uscirà entro l’anno raccoglierà queste e altre osservazioni maturate in questo lungo percorso di analisi. Non sarà un pamphlet femminista ma un’indagine documentata su un settore che sta cambiando lentamente. Le storie che racconterò sono quelle di donne che hanno trasformato le difficoltà in opportunità, che hanno saputo costruire carriere solide nonostante gli ostacoli strutturali.
La finale di LADY-J al JustMe ha rappresentato l’ennesimo iinizio di tutto più che un semplice contest. È il simbolo di una trasformazione in corso, di una presa di coscienza che coinvolge tutto il settore. L’associazione con la Milano Beauty Week non è stato poi casuale ma strategica. Collegare il talento musicale femminile ai valori di empowerment e creatività significa riconoscere che la questione va oltre il semplice intrattenimento. Si tratta di ridefinire gli standard di un’industria che per troppo tempo ha sottovalutato metà del proprio potenziale creativo. Le opportunità internazionali offerte alle vincitrici, con esibizioni a Ibiza, Mykonos e al Monsterland, rappresentano un elemento cruciale. Il mercato italiano, per quanto in crescita, rimane limitato nelle opportunità di sviluppo professionale. Le resistenze culturali stanno lentamente cedendo di fronte all’evidenza del talento e alla pressione di un mercato che ha compreso il potenziale inespresso del settore femminile. Iniziative come LADY-J sono tasselli di un mosaico più ampio che deve coinvolgere tutta l’industria musicale. E si arriva a Venus Vibes. È il nome di una scommessa che arriva dal cuore della nightlife milanese con l’ambizione di ridisegnare il rapporto tra donne, consolle e industria musicale. L’etichetta, nata dalla collaborazione tra Kdope e una rete di professionisti del settore, si presenta come un progetto di co-branding che vuole trasformare un gruppo di ragazze in protagoniste assolute della scena pop e pop-dance, offrendo brani esclusivi, supporto artistico e una narrazione costruita ad hoc. Sulla carta, l’idea ha il sapore giusto: creare un ecosistema dove il talento femminile non sia più un’eccezione ma la regola, superando gli stereotipi che per decenni hanno relegato le dj a un ruolo marginale o, peggio, ornamentale. E il fatto che l’operazione venga raccontata anche attraverso un libro, “LADY-J, Quando le donne dominano la dance”, suggerisce una volontà di lasciare un segno culturale, non solo commerciale. Eppure, guardando con occhio critico a questa operazione, viene spontaneo chiedersi quanto di tutto questo riesca davvero a scardinare le dinamiche di potere che hanno sempre caratterizzato il mondo della musica elettronica. Venus Vibes si muove in un contesto internazionale già segnato da esperienze simili: dalla pionieristica Women On Wax di Detroit alla britannica Lady of the House, passando per Femme Culture e Club Queen Records, tutte realtà che hanno scelto di mettere al centro le produzioni femminili e non binarie.
La novità italiana sta forse nell’approccio integrato che fonde etichetta discografica, storytelling editoriale e un’estetica fortemente orientata all’immagine. Il progetto parla esplicitamente di “bellezza come mezzo per amplificare il talento”, un’affermazione che può essere letta in due modi opposti: da un lato come realistica strategia di comunicazione in un mercato che chiede presenza visiva, dall’altro come una potenziale trappola che rischia di riproporre proprio quegli stereotipi che si vorrebbero superare. Se è vero che il percorso artistico delle ragazze coinvolte viene sostenuto con l’obiettivo di farle diventare dj professioniste e performer di successo, la vera prova del fuoco sarà capire chi detiene realmente il controllo creativo e produttivo. In passato, iniziative simili hanno talvolta scontato il limite di presentare le artiste più come testimonial di un’identità di marca che come autrici consapevoli del proprio suono. Venus Vibes promette invece di fornire “una piattaforma solida per una carriera di successo a lungo termine”, e sarà su questo punto che il progetto verrà giudicato.
La scena milanese, del resto, è già in fermento: eventi come DJ Woman on the Consolle Carpet e la cornice del JustMe a fine marzo dimostrano che esiste un pubblico pronto a sostenere una narrazione diversa, ma anche che la strada per costruire una reale alternativa alla tradizionale programmazione maschile è ancora lunga. In definitiva, Venus Vibes arriva nel momento giusto, quando il dibattito sulla rappresentanza nei club e nelle etichette è più acceso che mai. La sua ambizione di diventare “la colonna sonora di un movimento” non può limitarsi a un’operazione di immagine, per quanto ben confezionata. Perché il vero empowerment, nel mondo della musica elettronica, si misura sulla capacità di cedere il microfono, di lasciare spazio alla sperimentazione e di riconoscere alle artiste il ruolo di protagoniste non solo sul palco, ma anche nei processi decisionali. Se Venus Vibes riuscirà a fare questo, allora il suo nome non sarà solo un gioco di parole, ma una promessa mantenuta.
Riccardo Sada x Sada Says x AllaD!sco