Gianfranco Bortolotti è tornato: “Con Media Records anticipai la stagione dei dj rockstar. Spinnin’? Bravi, ma saprei fare di più. Albertino era il Pete Tong italiano ma…”

di Leonardo Filomeno – 08/04/2015

Gianfranco Bortolotti, ogni volta che guardiamo uno spettacolo di David Guetta ripensiamo alla tua profezia, che alla fine si è avverata. Le vere rockstar di oggi non hanno la chitarra ma mixano, sfornano pop da classifica, diventano testimonial, hanno cachet stellari, girano il mondo in lungo e in largo.

“L’EDM mi intriga ma non è ancora il sound che mi completa. Se potrò, la evolverò. I festival mi piacciono molto, visto che già ai tempi si parlava di rave e delle varie Love Parade. Media Records è stata la prima casa discografica dei dj. E immaginai con abbondante anticipo la stagione dei dj rockstar. Del resto era il mio stile di vita: pilotavo e volavo con i miei elicotteri, viaggiavo con jet privati. Il mondo del jet-set mi apparteneva, visto che ero tra i primi 10 produttori (di ogni genere musicale) al mondo. Mi auguro che questa stagione fortunata della dance duri almeno quanto il rock”.

Manchi dalle scene da una decina d’anni: da discografico, secondo te dove hanno sbagliato le nostre etichette visto che la dance è tornata nelle mani delle major?

“Se uno mi parla di musica liquida più di 15 anni dopo Musicgel, se un altro lo osteggiava per poi farne una brutta copia un decennio dopo, se un terzo non capisce che il Pay per Play era l’unica salvezza delle etichette indipendenti, se altri ancora si preoccupano più dei miei errori che dei miei successi, se si punta a pubblicare prodotti di successo provenienti dall’estero anziché crescere i propri dj e produttori (sarebbe come giocare in una squadra con 11 stranieri in campo o con una nazionale di oriundi), che fine fa il movimento? Ad ogni modo, sono sicuro che in Italia nascono e nasceranno nuovi talenti, ma senza una guida esperta e una visione generale rischieranno di non emergere. E non riusciranno a riportare il paese ai fasti degli anni ‘90”.

Da noi sei stato un precursore anche sul digital download: con Musicgel vendevi mp3 prima che Beatport diventasse un colosso mondiale.

“Non vendevo solo mp3, varai anche le radio in streaming tematiche, altro input che la discografia italiana indipendente ha osteggiato e che invece l’avrebbe aiutata moltissimo. Ricordo una feroce lite al Midem con qualche rappresentate italiano miope che alimentava l’orda anti-Musicgel”.

Ha senso parlare di marketing ben fatto e di meriti artistici azzerati o spesso inesistenti in riferimento a giovani e a carriere che decollano nel giro di pochi mesi, magari grazie alla Top 10 di Beatport?

“Non sono d’accordo. Chi non ha un valore artistico prima o poi decade. Del resto in questo mestiere chi è sordo non fa strada. Non credo sia nell’interesse di Beatport permettere l’autobuying, altrimenti morirà insieme a quelli che praticano questo sistema. Nel Nord Europa sono bravi a cavalcare il marketing 2.0 sfruttando le potenzialità di alcuni dj che io avevo già adocchiato e pubblicato tra la fine degli anni Novanta e i primi 2000 come Armin van Buuren, Paul van Dyk, Tiësto, Ferry Corsten, Marco V, Above & Beyond. Tutti artisti che stavano per esplodere poco prima che vendessi a Warner Bros. Quindi, non è solo marketing! (Bortolotti ha venduto a Warner Bros il publishing delle canzoni e a ZYX la proprietà dei master. Media Songs srl gestisce invece i diritti dei brani prodotti in seguito alla cessione a Warner, ndr)”

Soprattutto quella degli olandesi, è un’avanzata senza sosta.

“Non posso che essere felice del loro successo. Al tempo stesso mi chiedo dove fossero le etichette italiane che potevano prendere il mio posto. Qualche volta mi piace pensare che dopo il mio addio non ci sia stato nessun visionario capace di sostituirmi. Nessuno in grado di fare da guida alle etichette e ai produttori italiani in Europa e nel mondo. Gli olandesi di Spinnin’ Records sono bravi, ma per fortuna vedo molte aree del loro business sensibilmente migliorabili. Anche la Rank Xerox, alla fine, ha ceduto all’avanzata di Nashua e dei giapponesi in genere”.

I nostalgici qualche volta idealizzano gli anni ‘90. I più cinici fanno notare come la dimensione ‘industriale’ della dance di oggi sia esattamente la stessa di quel periodo.

“Il business si è allargato anche agli Stati Uniti ma il livello medio della creatività si è abbassato. Vengono citati di continuo pezzi degli anni ’90 e in particolare i nostri. Solo quest’anno ho autorizzato circa 150 tra cover, campioni, bootleg e mash-up. La cosa non può che inorgoglirmi, perché testimonia l’amore con cui ho fatto il mio lavoro e la lungimiranza che mi ha sempre contraddistinto”.

Cosa salvi degli anni ’90?

“Salverei tutto, è stata un’epoca storica. Sono e resteranno, musicalmente parlando, una tra le stagioni più importanti e significative. Il movimento EDM, con le continue citazioni di successi di quel periodo, è la prova lampante dell’immortalità di quel decennio. Con l’EDM la citazione assume dei connotati più popolari. Nella Future House citano sempre gli anni ’90, ma in una maniera più snob”.

Albertino è l’unico che in radio osa un minimo e, in qualche modo, sta cercando di riconquistare una centralità nella dance.

“Nonostante alcune incomprensioni, devo ad Albertino almeno un terzo del mio successo. Il Deejay Time è stato la vetrina della mia musica in Italia e il trampolino economico del mio successo in Europa. E’ stato il programma che ha permesso il consolidamento della fama del sottoscritto e di Media Records nel mondo. Fatta questa premessa, ritengo che sia molto più difficile per un dj radiofonico, in tempi come questi, tornare in auge e riconquistare un pubblico di ragazzini rispetto a un dj che pubblica la sua musica sul web. Mi auguro che ce la possa fare. E che possa tornare a suonare anche i miei dischi in radio”.

Hai detto: “In Italia, le scalette radiofoniche delle radio di oggi non sono più influenti come un tempo”. Perché?

“L’unica soluzione per gli indipendenti era il Pay per Play. Ma le radio, in particolare Radio Deejay, che era leader assoluta nella dance, si scandalizzarono quando feci loro questa proposta. I miei competitor italiani nemmeno lo presero in considerazione. Il Pete Tong italiano era Albertino, ma non era altrettanto forte nel riconoscere una hit al primo ascolto. Le radio, dal loro punto di vista, non hanno sbagliato niente. RTL fa 6.700.000 di ascolti! Forse sono troppo sottomesse a Facebook, che non è tutto quello che sembra. Esiste il lato oscuro di Facebook. Dovresti intervistare un matematico e chiedergli di spiegare bene a tutti come funzionano gli algoritmi dei loro motori”.

Nella sezione “esperienze” del tuo profilo su LinkedIn campeggia da qualche mese la scritta “MOLECOOLAR MUSIC ® virtual music and devices”. C’entra qualcosa col tuo ritorno in scena?

“Molecoolar Music è un progetto indipendente dalla musica e da Media Records. Non serve avere un occhio di falco per capire che le aziende mondiali di successo hanno una piattaforma, un hardware e dei contenuti. Molecoolar Music, come Smartshoes ®, altra mia idea ed invenzione, è un device intelligente a servizio delle generazioni future, come lo è stato l’iPhone per noi. Non ha intrecci col mio eventuale ritorno nel mondo della musica. Ma non escludo che nell’arco di qualche anno possa tornare utile”.

Spiegaci meglio.

“Attualmente siamo in una fase sperimentale, stiamo sviluppando il prototipo dell’idea. Posso anticipare che si tratterà di casse virtuali per fruire di musica ad alta definizione direttamente dal telefonino, bypassando wireless, bluetooth et similia. Sono stato sempre un ispiratore (ed inspiratore, riprendendo il titolo del libro “Donne inspiratrici” di Schuré Édouard) e intendo esserlo ancora. Del resto, con un decennio di anticipo su iTunes, intuii che la musica sarebbe stata venduta in formato liquido direttamente dal cellulare ai giovani delle nuove generazioni. ‘Liquid music 4 liquid culture’ era lo slogan di Musicgel, già oltre 10 anni fa”.

Si vocifera di una piattaforma musicale che vorresti finanziare col crowdfunding.

“Si tratta di un progetto top secret, non è ancora il momento di entrare nei dettagli”.

Come riparte un discografico con la tua storia dopo essere stato fermo per tanti anni?

“Riparto così come tutto ebbe inizio nel dicembre ’87, tentando di fare produzioni belle. Quelle che io chiamo produzioni assolute. Al momento ho intenzione di pubblicare solo materiale mio. In futuro si vedrà. I programmi musicali di riferimento, ahimè, non trasmettono nessuna produzione italiana. Ad ogni modo, ricomincio umilmente. Perché un conto è parlare del passato, nel quale la più bella struttura della musica dance di tutti i tempi supportava ed esaltava le mie intuizioni, un altro è scendere in campo senza quella struttura e attualizzare le mie intuizioni. Ma riparto felice di poter fare musica. Di potermi rimettere in discussione e provare a me stesso, come già ho fatto per l’architettura e il design, che non è stata solo fortuna. Che il talento c’è”.

Torni alla carica perché?

“Perché mi pesava non fare più musica. Mi pesava sentire questo lento declino della dance italiana per la quale ho combattuto decine di battaglie. Con la Siae e il suo atteggiamento mafioso di fine anni ’80, quando nemmeno ripartiva il diritto d’autore italiano in lingua inglese. Con la decadenza della dance, per perorare la causa dell’house music prima e della techno poi. Con i distributori, che erano più grossisti e speculatori che altro. Con le radio, che erano totalmente in mano alle major. Con i musicisti, che se la cantavano l’un l’altro ma alla fine non uscivano dalle cantine. Con gli arrangiatori, che mandai in pensione sostituendoli con i dj. Con i produttori di software, Logic, Akai, che testavano da me i nuovi prodotti. Con i miei competitor, che ancora oggi si lodano nel miserabile culto della personalità esaltata dai social, parte dei quali (oltre che sordi) totalmente ciechi di fronte ai cambiamenti epocali di allora come di oggi”.

I nostri errori, lo strapotere delle major, la solita Siae, il modello olandese “sensibilmente migliorabile”: qui tira aria di sfida…

“Negli ultimi anni sono stato subissato da richieste di fan sparsi per il mondo che mi chiedevano di tornare in campo per sfidare il dominio di Spinnin’ Records. Ritengono sia una copia di ciò che era Media Records 20 anni fa, aggiornata alla nuova dimensione tecnologica. Così, senza la pretesa di sfidare nessuno, ma tenendo questa realtà ‘inbound’, ho deciso di rimettermi a fare il produttore, ripartendo dal gruppo strategico della mia carriera, i Cappella. Che non sono soltanto quelli della eurodance anni ’90, ma pure quelli che portarono la musica house nel Vecchio Continente per la prima volta con “Bauhaus”, nel 1987”.

Anche GFB cede alla moda del revival?

“Il payoff di Media Records è sempre stato ‘The Sound Of The Future’, e mi ha sempre rappresentato bene, per cui difficilmente ripiegherò sul passato. Non amo il revivalismo sterile. Tuttavia non lo escludo, laddove si ripresentassero progetti interessanti legati a dj o marchi del passato. Non escludo neppure di rilanciare Media Records, ma questo dipenderà dai risultati che otterrò”.

I recenti “Je Cherche Apres Titine” o “Shine On In Love” non sono stati tra i capitoli più fortunati del glorioso progetto 49ers. Cosa non ha funzionato?

“Apprezzo il tuo zelo nel cercare 2 pezzi che non hanno funzionato in tanti anni di successi. Ci sarebbero milioni di titoli sfortunati della discografia europea da citare, ma non credo che avrai lo stesso zelo nel cercarli. Preferisco concentrarmi sui successi e capire perché hanno funzionato e dato lustro e visibilità all’Italia, alle etichette e ai produttori italiani. Sottolineo, comunque, che né Je Cherche Apres Titine né Shine On In Love furono prodotti da me. Prestai semplicemente il nome dell’artista”.

Gianfranco, perché finì l’avventura in Media?

“Ad inizio ’99, quando Shawn Fanning mi invitò personalmente a testare il suo Napster, capii che il mondo sarebbe cambiato da lì a breve. Decisi di vendere la mia azienda, cosa che si concretizzò qualche anno più tardi. Viste le dimensioni considerevoli che Media Records aveva assunto, ritenni impossibile sopravvivere a tale cambiamento epocale, e preferii la cessione al ridimensionamento a cui tutte le case discografiche del mondo furono costrette. Ai tempi, Media Records era appetibile per tanti, quindi decisi di dedicarmi alla mia seconda passione, l’architettura e il design”.

Avevi già capito tutto.

“Ancora una volta. E prima di tutti. Per un momento pensai di riposizionarmi come management dei miei dj, del resto con Impulse avevamo già una struttura ben organizzata da qualche anno. Ma la stessa Impulse, per decisione del mio socio e amministratore, cambiò prospettiva, dandosi esclusivamente all’editoria digitale attraverso il lancio di telefonino.net”.

Sei rimasto in contatto con qualcuno del vecchio team?

“Sai una cosa? Ti assicuro che a una chiamata risponderebbero ancora tutti. O quasi. Con entusiasmo, rinnovata speranza e spiccato romanticismo”.

Dì la verità: quel gruppo un po’ ti manca…

“Non tutti, chiaramente. Quell’atmosfera, però, sì”.

Sei il responsabile del successo mondiale di Mauro Picotto e Gigi D’Agostino. Chi ti piacerebbe riavere al tuo fianco tra i tanti artisti che hai lanciato in quel periodo?

“Sicuramente loro due. Quando Mauro Picotto arrivò da me aveva lo zainetto in spalla, viaggiava a bordo di una golf azzurro metallizzata e non aveva mai visto uno studio di registrazione. La sua disciplina e la sua determinazione, unite al mio talento, fecero miracoli. Gigi D’Agostino, invece, è stato il più grande produttore di musica dance in Italia. Di tutti i tempi. Sarà difficile trovarne altri come lui a breve termine. Aggiungo però che senza l’apporto di Media Records e del sottoscritto non si è più ripetuto. Un’altra persona con cui mi piacerebbe fare qualcosa è Paolo Aliberti, con cui non ho avuto modo di lavorare sufficientemente a lungo per dargli l’imprinting di Media Records: credo sia un talento non ancora del tutto scoperto”.

Guardando a quel periodo, ti penti di qualcosa? Soprattutto, ti penti di aver mollato?

“Non mi pento di aver mollato, perché dopo sono diventato padre di 2 figli. L’architettura, a differenza della musica, mi ha concesso molto più tempo libero per praticare la mia attività preferita: quella di essere padre”.

Con l’attività di interior designer come procede?

“E’ un’attività che mi ha dato – e continua a darmi ancora oggi – grandi soddisfazioni, lo stesso successo della musica, oltre che un nuovo, ricchissimo bagaglio di esperienza e conoscenza. Del resto, l’architettura non è altro che musica ghiacciata, come Goethe insegna”.

Gianfranco, come sarà il suono del futuro?

“Non so ancora come sarà. So solo che sarà il mio ‘The Sound Of The Future’”.

di Leonardo Filomeno – 08/04/2015

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