Sada Says: Musica (dance) né di destra né di sinistra

Musica (dance) né di destra né di sinistra…

Questo si chiede Riccardo Sada, che ormai da qualche tempo ci regala ogni settimana pensieri profondi e/o taglienti.

Questa volta è più profondo che tagliente e per me anche un po’ malinconico, perché condivido da sempre un po’ di militanza radicale con Claudio Coccoluto, che non c’è più e mi manca (unico dj ad arrabbiarsi per una opinione diversa tra noi e per chiamarmi per chiarirsi al telefono, unico dj capace di chiedere, lui a me -! -, ‘direttive’ su cosa avrebbe dovuto dire in una occasione per rappresentare la nostra categoria, i nottambuli – perditempo). Leggete con attenzione. Tra i tanti citati da Riccardo un artista sembra fare una figura di altri, ed è dura, ovvero Jeff Mills. Bene, io questo dj dannatamente fashion e sprezzante, giustamente, nei confronti della musica elettronica brutta (ovvero quasi tutta), l’ho visto a Pitti a incarnare chissà quale fashion brand. La moda, se ti paga, quella top, è di destra o di sinistra? Beh…

Né di destra né di sinistra, né di centro né popolare o populista. Io e la musica non siamo schierati, almeno così sembrerebbe.

Magari ogni tanto siamo all’opposizione: quando il pop trionfa, ci si nasconde nei meandri dell’underground; quando il club e la sperimentazione paiono un conato allora ci si infila sotto il piumone di quella comfort zone chiamata mainstream. Lo si fa per pareggiare i conti, per equilibrare la scena. Eppure. Eppure certi ambiti e a volte certi ritmi, certi suoni, sembrano appartenere a una corrente politica, almeno ci ammiccano. Se Jovanotti nel 1992 aveva “Perso la Direzione”, io dal 1987 ho perso prima l’urna, poi la testa e conseguentemente la pazienza.

Musica (dance) né di destra né di sinistra… E Cecchetto?


Quante volte sono andato in alcune night camuffati da discoteche in Riviera. Lì casualmente ho incontrato fuori da un ristorante Claudio Cecchetto mentre era impegnato nella sua propaganda per candidarsi a sindaco di Riccione nel 2022. Roma piaciona dice ancora la sua.

Milano poi sempre frenetica e spesso nevrotica ti fa respirare l’aria del lusso, del benessere, dei soldi che svolazzano, con la coca tagliata e messa in riga con la American Express Centurion Car…

la Lamborghini parcheggiata in doppia fila a mo’ di io so io, con mance che sono il doppio di un reddito di cittadinanza, di pacche sul culo a cubiste che sono travestite da escort ed escort travestite da cubiste, in un gioco di illusioni che non capisci un cazzo e pensi di essere ricco e invece la mattina devi timbrare il cartellino pensando di evitare un’impiccagione in sala mensa.

In questo teatro da “La Grande Bellezza”, dove i Jep Gambardella si sprecano, si balla Disco, discomusic insomma, e house music cantata, per favore, spensierata, mi raccomando, anche se ha un vago sapore soul, di tribale, di mama Africa ci piace, fa quel clima di festa che ti senti a Dubai o a Miami anche se sei alla Darsena.

Mi porti del Cristal, anzi no, del Dom Pérignon, anzi no, mi porti delle bollicine italiane così passo per enologo sovranista e risparmio, che quello al tavolo a fianco ha tutti ‘ste balcaniche assetate e gli voglio fare concorrenza.


Ecco, in questo tipo di luoghi non mi sembra di aver mai visto le bandiere del PD sventolare o gli adesivi di Che Guevara nei bagni. Qui, in mezzo allo sfarzo, all’esibizione di Rolex (Fedez afferma che il comunisti con mega orologi d’oro esistono) farei una fatica immane a trovare un Andrea Scanzi o una Elly Schlein dimenarsi. Sono ambienti alla Salvini, okay: ma non è detto cosa possa riservare la sorte, i radical chic sono sempre dietro all’angolo felici di sorprenderti.

Quante volte sono andato in alcuni centri sociali camuffati da discobar ed è stato un fiorire di gente che si passa la canna, si passa la birra ma figa zero, perché non si può parlare di sesso, fa tanto sfigato, ignorante di periferia, misogino da Bar Sport, perfetto reietto proprio in un momento in cui qui acronimi come LGBTQQIA+ spopolano tutelando anche le categorie professionali e pure i sindacati.

Odore di marijuana, sentore di dub, di reggae ma non di reggaeton, bordate di drum’n’bass, di techno scura, di goa e psy, di nomi strambi, di slide che possono vedere solo il buio del clubbing ma che se le presenti in una fascia diurna ti pigliano per matto. Messaggi dotti, argomenti di livello, un fare da “la politica non mi interessa ma in realtà sì perché è un cliché che mi tranquillizza ma non lo ammetterò mai”. Ecco, in questo tipo di luoghi non mi sembra di aver mai visto i roll-up di Fratelli d’Italia o i portachiavi di Casa Pound. Qui farei ovviamente fatica a trovare una Giorgia Meloni o una Daniela Santanchè (discotecara vera, lei! NDR) fare il trenino a Capodanno.

Musica (dance) né di destra né di sinistra. E Jeff Mills?

Il dj e produttore statunitense Jeff Mills è andato oltre il sarcasmo stemperante di Highlander DJ e crede che le questioni politiche siano oggi trascurate dal mondo della musica elettronica, in gran parte a causa del fatto che ora tutto è “tipicamente da classe media”.
Sfogandosi con un giornalista del canale televisivo France24, l’icona della techno ha sottolineato: “La musica, in particolare quella dance, era più politica anni fa.

La composizione della gente negli anni ’70 e nei primi anni ’80 era parecchio mista tra persone eterosessuali e gay di tutto il mondo, era un vero melting pot”. Ha ragione. Forse sì e forse no. Forse non bisogna aver ragione perché si scontenta qualcuno. Claudio Coccoluto, amico compianto, uno dei miscelatori italiani di groove più noti e apprezzati, sempre vicino ai temi e alle sensibilità dei radicali, nel 2006 venne candidato alle elezioni politiche con la Rosa nel Pugno di Marco Pannella ed Emma Bonino.

“Abbiate sempre rispetto per la musica”, diceva il Cocco come un solitario attivista pronto a difendere a spada tratta il comparto e la passione che lo legava al suo lavoro. Ma di dj così le mamme ne mettono al mondo sempre meno. Certo, esiste un Filippo Regis, meno noto del Cocco ma presidente e fondatore di SILS, che è il Sindacato Italiano Lavoratori Spettacolo. Regis è un dj molto attivo in campo politico. Dalla sua pagina personale di Facebook fa analisi molto costruttive e intelligenti e va citato anche se non ha portato i Bauli in Piazza.

Il comparto della notte è forse quello più aperto, spregiudicato ed esplicito nell’aprirsi, nel raccontarsi e nel dichiararsi.

Davanti a un drink al bancone del bar, in un CSA o in un disco bar, in un localone o in una balera, la chiacchiera è facile e in vino veritas è possibile confessare scelte, passioni e colori.
Magari il settore diurno è più abbottonato, è confinato alle formalità e ci si muove con prudenza senza raccontarsi. Ma non è detto.

Da sessioni pomeridiane di studi di registrazione Giorgio Panariello come Mod. n°4, e insieme al dj e produttore Marco Bresciani e a Giuliano Crivellente dei Radiorama, si inventò “Mussolini Disco Dance”, un brano che portò anche alla diffusione di remix di inni di antica memoria come “Faccetta Nera” o “Bandiera Rossa”. Senza contare nei giorni nostri la serie su Netflix, “La Casa di Carta”, che ha generato copie su copie di “Bella Ciao” con in testa El Profesor e il dj francese Hugel ma anche con gli italianissimi Marnik pronti a mettere casse in quattro quarti e groove potenti sotto a una melodia e a un testo che hanno fatto storia.

La connessione tra musica e politica, in particolare l’espressione politica della stessa canzone intesa come messaggio, è stata interpretata in molte culture. La musica può esprimere temi antiestablishment o di protesta, soprattutto le canzoni contro la guerra. “Fight The Power”, direbbero i Public Enemy ma anche Korn, Xzibit e Vanilla Ice che sono andati dietro al collettivo rap con delle cover del celebre inno che incita a colpire i poteri forti.

Insomma, esiste la musica di destra e di sinistra? No e sì.

Ci sono le ambientazioni, ci sono i tormentoni nascosti ma non ci sono gli atti solenni che sono sempre di più quelli che dicono che la politica è una cosa sporca e che la musica non può macchiarsi da schieramenti, da fazioni, da campanilismo becero.

Però le differenze fondamentali tra le ideologie di sinistra e di destra sono incentrate sui diritti degli individui rispetto al potere del governo e quindi l’orchestrazione della musica che flirterebbe con la politica non è poi così stonata.

Le convinzioni di sinistra sono liberali in quanto credono che la società sia meglio servita con un ruolo più ampio per il governo. Le persone di destra credono che il miglior risultato per la società si ottenga quando i diritti individuali e le libertà civili sono fondamentali e il ruolo e soprattutto il potere del governo è ridotto al minimo.

Quindi sulla carta e conti alla mano l’impegno underground è di sinistra e la leggerezza pop è di destra. Perché tutto bene, ma se la Musica (dance) né di destra né di sinistra funziona, ci si arricchisce. Sennò si fa la fame.

Una volta ho chiesto a Benny Benassi se esistesse la dance di destra o di sinistra: mi rispose di no, che la musica non ha vessilli politici. Non avevo sbagliato la domanda né l’intervistato, avevo probabilmente sbagliato luogo e tempo toccando un nervo scoperto; o forse per il dj e produttore super premiato ai Grammy un quesito del genere era fuori troppo dagli schemi. Ma non posso sempre chiedere come stai, con chi hai prodotto il tuo ultimo singolo e sconcezze che gli uffici stampa ti impongono durante il tuo incontro. Certi faccia a faccia li può fare Bruno Vespa. Se li può permette Formigli. Ma non uno che salta da una recensione di elettronica berlinese ai duetti dance tra Cristina D’Avena e M¥ss Keta. Siamo matti? Voi pretendete troppo.

Riccardo Sada x AllaDisco

PS E quindi, da che parte stai? Musica (dance) né di destra né di sinistra. Noi di AD siamo decisamente per…

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