Il technowashing non vi salverà / Sada Says

Il technowashing non vi salverà

Diecimila persone in piazza, un dj set gratuito di Charlotte de Witte, la sindaca di turno che sale sul palco e posta foto su Instagram: a prima vista sembra la vittoria che la scena elettronica italiana aspettava da anni. Ma alzando lo sguardo dalla piazza il quadro si complica, e parecchio. In Italia mancano da tempo spazi reali dedicati alla musica elettronica e alla subcultura che le appartiene. Club storici chiusi, permessi impossibili, burocrazia kafkiana che in un decennio ha stritolato realtà capaci di costruire comunità autentiche. Nel frattempo, la narrazione dominante racconta di giovani che preferiscono ballare all’alba in una caffetteria senza licenza, sobri e sereni, come se l’assenza di infrastrutture culturali fosse una scelta generazionale e non una mancanza strutturale deliberata.

Il technowashing non vi salverà

La verità è più scomoda: in assenza di luoghi adatti, le nuove generazioni si arrangiano altrove, cercando di ricreare qualcosa che sarebbe del tutto naturale avere. E i politici che aprono le piazze alla techno non lo fanno per amore della scena. Lo fanno perché funziona. Perché una piazza piena di persone che ballano è una fotografia potente, facilmente virale, capace di costruire consenso senza richiedere alcuna competenza specifica sul genere musicale proposto. La maggior parte di chi firma quelle autorizzazioni non saprebbe distinguere un brano di mazurka da un set di hard house. Non conosce la storia del movimento, non frequenta i club, non ha mai vissuto dall’interno quella tensione collettiva che si genera quando la musica e lo spazio coincidono in modo autentico. Non importa: basta il numero di presenze, qualche post ben costruito e il gioco è fatto. Non è nemmeno la prima volta che questo schema si ripete.

Charlotte de Witte ha già suonato alla Darsena di Milano, in un evento all’aperto che aveva radunato migliaia di persone sulle rive del Naviglio Grande. Anche in quel caso l’autorizzazione era arrivata dall’amministrazione comunale, con il sindaco Giuseppe Sala, seduto da anni su una poltrona sempre più scomoda e vacillante, a fare da garante silenzioso di un’operazione di immagine più che di politica culturale reale. Stessa logica, stessa cornice, stesso risultato comunicativo. La dj belga è diventata, quasi suo malgrado, il simbolo ricorrente di un format che si veste da evento storico ma risponde a dinamiche di gestione del consenso ben più ordinarie. Non esiste un termine che descrive bene questo meccanismo ma ci provo io: technowashing. Sul modello del greenwashing, quella pratica con cui aziende e istituzioni fingono sensibilità ambientale senza modificare nulla di strutturale, il technowashing è l’operazione con cui la politica adotta l’estetica della cultura elettronica per apparire vicina a una comunità senza mai investire concretamente in essa.

Un evento gratuito, una data in piazza, un’immagine sul palco: tutto abbastanza per guadagnarsi visibilità, niente abbastanza per cambiare le condizioni reali in cui quella cultura sopravvive ogni giorno. Nel frattempo i club chiudono, i promoter si indebitano e le licenze per il pubblico spettacolo rimangono un labirinto kafkiano per chiunque voglia costruire qualcosa di serio e duraturo. Distratto da un bpm sostenuto e dall’euforia della piazza, il popolo gongola. È il vecchio principio del panem et circenses, quella strategia imperiale descritta dal poeta romano Giovenale nelle sue Satire: distribuire pane gratuito e organizzare spettacoli per placare il malcontento, tenere la plebe lontana dalle domande scomode. Il format funziona ancora, perfettamente adattato ai tempi. Oggi il pane è il dj set gratuito, i giochi circensi sono le foto del sindaco in console. La techno, come ogni forma di musica nata ai margini, non dovrebbe fare da fondale scenico a campagne elettorali. Dovrebbe essere, come nelle sue stagioni migliori, un atto di resistenza, di aggregazione orizzontale, di costruzione collettiva. Riprendersi gli spazi non significa riempire una piazza un sabato. Significa garantire che quegli spazi esistano ogni giorno, ogni notte, per chiunque abbia bisogno di appartenervi. Tutto il resto è marketing travestito da cultura.

Il technowashing non vi salverà

La techno è in vendita. Ogni volta che un’estetica underground compare nei video musicali pop, i muri di casse da soundsystem usati come scenografia, i bpm accelerati nelle produzioni mainstream, il full black da club berlinese nelle collezioni delle grandi maison, si attiva un meccanismo antico e preciso: il sistema assorbe ciò che osteggia, lo svuota di senso e lo rivende. Con la techno questo processo ha raggiunto una maturità industriale che merita analisi, non nostalgia. La techno nasce politicizzata e nera, a Detroit, con Juan Atkins, Kevin Saunderson e Derrick May, i Belleville Three, e con la militanza esplicita di collettivi come Underground Resistance. Nasce nei club di una città in declino postindustriale, con una coscienza di classe e razziale che è strutturale al genere, non accessoria. La cultura rave come pratica si consolida nel 1992 al Castlemorton Common Festival, quando i soundsystem urbani, Spiral Tribe, Bedlam, DiY, Circus Warp, incontrano le energie psichedeliche di un festival hippy e producono qualcosa di nuovo: due settimane di festa ininterrotta, un processo giuridico record, l’assoluzione degli Spiral Tribe e la loro diaspora europea, che dissemina la free tekno in Francia, Italia, Repubblica Ceca, Austria.

La risposta dei governi è immediata e si consolida in un trentennio di legislazione dedicata: il Criminal Justice and Public Order Act britannico del 1994, la legge Mariani francese del 2001, l’attacco di polizia al teknival di Mlýnec nel 2005, il 633-bis italiano del 2022, e ora una nuova proposta di legge anti-rave tornata in discussione in Francia. Questa continuità repressiva non è casuale: i free party sono gratuiti, autogestiti, autoprodotti, e sottraggono corpi e attenzione alla logica del profitto, che resta l’unica ideologia strutturalmente intollerante verso le sue eccezioni. Il paradosso è che la stessa ostilità istituzionale ha sempre certificato la desiderabilità controculturale di ciò che reprimere, la skateboard culture, i graffiti, la techno, trasformando il bollino della persecuzione in capitale simbolico prontamente saccheggiabile dall’industria creativa. La moda ha ciclato sull’estetica rave almeno tre o quattro volte prima dell’ultimo grande appropriamento, quello dell’estetica totale black berlinese, che è a sua volta una rielaborazione in chiave dark room dello stile free tekno: nero, minimalismo, calzature pesanti, pragmatismo estetico sviluppato spontaneamente in decenni di feste in capannoni abbandonati.

Nel frattempo, la techno ha conquistato il mainstream senza che il mainstream abbia capito cosa stesse acquisendo: è musica presente ai corsi di pilates, nei set dei festival con mezzo milione di paganti come il Tomorrowland, nelle piazze dei comuni amministrati da sindaci attenti alla comunicazione social. Il termine stesso è diventato un ombrello semantico così dilatato da non significare quasi nulla, come accaduto all’EDM negli Stati Uniti, paese che non ha mai avuto una vera cultura rave ma ha saputo commercializzarne l’immaginario con efficienza. La distinzione tra techno con la c e tekno con la k non è un vezzo ortografico: è la demarcazione tra un genere musicale e una pratica sociale, tra un prodotto culturale e un modo di organizzare il tempo e lo spazio fuori dalle logiche di mercato. Questa distinzione si è erosa nella percezione pubblica con conseguenze concrete: sempre meno persone sanno cosa sia davvero la techno, quali siano le sue origini, cosa implichi la cultura rave al di là dell’estetica. La turistificazione di Berlino, con gli influencer in coda al Berghain mentre i club storici lottano con affitti incompatibili con lo spirito underground, è la metafora più efficace di un processo che non riguarda solo la musica: la città che ospitava la scena elettronica più libera d’Europa è diventata destinazione turistica proprio grazie a quella scena, e quella scena ne è la prima vittima.

(Riccardo Sada x Sada Says x AD!)

La vera questione, quindi, non è se la techno sia diventata una moda, lo è, almeno in parte, come sempre lo è stato ogni genere che abbia superato una soglia critica di diffusione, ma se esista ancora uno spazio fisico e sociale in cui la sua pratica radicale possa sopravvivere alla gentrificazione, alla turistificazione e alla riduzione progressiva degli spazi urbani disponibili. I dati disponibili suggeriscono che sì, i free party continuano, che l’opinione pubblica nei confronti della repressione si è spostata, che all’interno della stessa scena tekno si assiste a un ritorno della acid, dell’electro e di generi meno impegnativi rispetto alla cassa dritta in 4/4 dell’hardcore, segnale di una vitalità interna che prescinde dall’attenzione esterna. Ma la club culture istituzionale, quella che ha trainato decenni di economia notturna e produzione culturale, assomiglia sempre più a un parco tematico. E i parchi tematici, si sa, esistono per i turisti.

Riccardo Sada x Sada Says